Dieci anni di ricerca, dialogo e sperimentazione tra etica, estetica e sostenibilità. In occasione della Design Week 2026, Food Design Stories ha celebrato il suo primo decennio di attività con “ARIA”, un progetto espositivo che ha trasformato la leggerezza in una riflessione profonda sul rapporto tra design, ambiente e responsabilità collettiva. Attraverso installazioni immersive, materiali innovativi e il contributo di designer internazionali, la mostra ha raccontato un nuovo modo di intendere il progetto: non più semplice produzione di oggetti, ma pratica culturale capace di generare consapevolezza, senso e nuove visioni del futuro.
Gaiazoe ha intervistato l’architetto Sandra Faggiano co-founder insieme a Caterina Misuraca dell’evento:
Food Design Stories: una piattaforma di ricerca e dialogo
Food Design Stories ha celebrato durante la Design Week 2026 i suoi primi dieci anni di attività. Guardando a questo percorso, quale bilancio tracciate oggi del progetto e del vostro impegno a sostegno del design indipendente e sostenibile?
In questi dieci anni Food Design Stories si è affermato come una piattaforma di ricerca e dialogo capace di mettere in relazione design, etica ed estetica. Il bilancio è profondamente positivo: abbiamo costruito una comunità consapevole, sostenuto designer indipendenti e contribuito a diffondere un approccio al progetto più responsabile. Oltre che una collettiva, siamo diventati uno spazio-evento culturale che intercetta e anticipa temi del contemporaneo.
L’edizione 2026 ruotava attorno al tema “ARIA”. Come è nata questa scelta e quali riflessioni ha generato nel pubblico e nei designer coinvolti?
L’evento “ARIA” è nato dall’esigenza di lavorare su qualcosa di invisibile ma fondamentale: ciò che connette, attraversa e rende possibile ogni cosa. Dopo anni focalizzati sulla materia, e sulle idee, abbiamo sentito la necessità di alleggerire anche lo sguardo. Il tema ha generato riflessioni profonde sia nei designers, che hanno esplorato nuove forme di sottrazione e immaterialità, sia nel pubblico, che ha percepito un’esperienza più sensoriale e contemplativa.
Aria: elogio alla leggerezza
“ARIA” è stata presentata come un elogio alla leggerezza e al non pesare sul Pianeta. Dopo l’evento, pensate che questo messaggio sia arrivato ai visitatori?
Sì, ed è arrivato in modo sottile ma incisivo. Non volevamo trasmettere un messaggio didascalico, ma creare una condizione percettiva. La leggerezza è stata vissuta più che spiegata: nell’ allestimento, nei materiali, nella disposizione degli oggetti accompagnati dalle eteree Muse che li “custodivano” scendendo dall’alto della sala. Molti visitatori hanno colto proprio questa dimensione di “respiro”, che è anche una metafora di sostenibilità.
I designer coinvolti provenivano da contesti culturali molto diversi. Quali visioni del design sostenibile sono emerse maggiormente dal confronto internazionale?
È emersa una pluralità molto interessante. Alcuni approcci erano fortemente legati al recupero, altri più orientati alla sperimentazione materica, altri poetici e comunicativi. Quello che accomunava tutti era però una visione sistemica della sostenibilità: non solo materiali, ma processi, filiere, durata, uso. Il confronto ha evidenziato come la sostenibilità non sia un’estetica, ma una responsabilità progettuale.
I progetti selezionati condividevano il concetto di leggerezza materica e produttiva. Quali materiali, approcci o processi innovativi hanno colpito maggiormente i visitatori?
Hanno colpito molto i materiali ibridi e le lavorazioni a basso impatto: carta strutturale, biocompositi, tessuti rigenerati, ma anche processi produttivi ridotti all’essenziale. Molti progetti lavoravano per sottrazione, eliminando il superfluo. La leggerezza non era solo fisica, ma anche produttiva: meno energia, meno numeri, più intelligenza progettuale.
Quale ruolo ha avuto il design indipendente nel raccontare nuove possibilità di produzione e consumo più consapevoli?
Il design indipendente per noi è sempre centrale. Ha la libertà di sperimentare, di sbagliare, di proporre modelli alternativi senza le rigidità della produzione industriale. In questo senso è un laboratorio avanzato di futuro: anticipa scenari, mette in discussione abitudini e apre nuove possibilità.

Il futuro del design
Durante la mostra è emersa l’idea del design come strumento critico e pratica consapevole. Quanto è importante oggi che il design assuma anche una funzione culturale e sociale?
È fondamentale. Il design non può più limitarsi a produrre oggetti: deve produrre senso. Viviamo in un momento in cui le scelte progettuali hanno un impatto diretto sul pianeta e sulla società. Assumere una funzione culturale significa prendere posizione, generare consapevolezza e contribuire a costruire nuove narrazioni, nuova bellezza etica.
ARIA raccontava anche la necessità di trovare un equilibrio tra ciò che prendiamo e ciò che restituiamo. Pensate che il design contemporaneo stia davvero evolvendo verso questa consapevolezza?
Stiamo andando in quella direzione, ma è un processo ancora in corso. Esistono realtà molto avanzate e altre più lente. Tuttavia, la consapevolezza è cresciuta enormemente: oggi il tema non è più “se”, ma “come”. ARIA ha voluto proprio contribuire a questo passaggio, spostando l’attenzione dall’oggetto al progetto.
Dopo questa edizione, quali cambiamenti avete percepito nel modo in cui il pubblico guarda oggi al design sostenibile?
Abbiamo percepito un pubblico più attento e meno superficiale. Che non si limita più all’estetica “green”, ma cerca di capire i processi, i materiali, le storie. C’è una maggiore disponibilità all’ascolto e alla complessità, ed è un segnale molto positivo.
Qual è stato il momento più significativo o emozionante di questa Design Week 2026?
Il momento più emozionante è stato vedere lo spazio abitato in modo attento. Le persone ascoltavano, osservavano, sostavano. In un contesto spesso frenetico come la Design Week, questo tipo di attenzione è stato il segnale più forte che il progetto aveva raggiunto il suo obiettivo.
Dopo il successo di ARIA, quali direzioni immaginate per il futuro di Food Design Stories?
Il futuro sarà una naturale evoluzione di questo percorso: continueremo a lavorare su tangibile e temi invisibili ma fondamentali, ampliando il dialogo tra discipline e linguaggi. Ci interessa sempre più esplorare il confine tra materiale e immateriale, tra oggetto e esperienza. E soprattutto rafforzare il nostro ruolo come piattaforma, come contenitore di un progetto culturale capace di generare riflessione, oltre che esposizione.
(Intervista a cura di Viviana Musumeci, giornalista di lifestyle sostenibile e founder di Gaiazoe.life)



