In un sistema moda dominato dalla velocità e dalla serialità, Cavia sceglie di rallentare e ascoltare. Con la collezione Le Chant Des Formes, la forma si trasforma in linguaggio emotivo e materico, capace di dare voce alle storie custodite nei tessuti. Tra patchwork, imperfezioni intenzionali e materiali recuperati, il brand costruisce un’estetica che è al tempo stesso gesto creativo e presa di posizione etica. In questa intervista, esploriamo il valore dell’unicità, il ruolo del tempo lento e il significato più autentico della sostenibilità: non come tendenza, ma come pratica quotidiana e visione culturale.
Gaiazoe ha intervistato la fondatrice e designer Martina Boero
La ricerca parte dalla forma
Le Chant Des Formes racconta la forma come linguaggio emotivo. In che modo questa ricerca nasce dal tuo percorso personale e come si intreccia con l’identità sostenibile di Cavia?
La mia ricerca sulla forma nasce dall’osservazione dei materiali e delle storie che custodiscono. Ogni tessuto ha un vissuto, una memoria che porta con sé, e la mia sfida è tradurlo in un linguaggio emotivo: linee, geometrie e texture diventano strumenti per evocare sensazioni. Questa attenzione al dettaglio e alla narrazione dei materiali si intreccia naturalmente con l’identità sostenibile di Cavia: usare materiali riciclati, tessuti deadstock, e rispettare la loro storia significa dare forma alla sostenibilità, non solo come scelta etica, ma come linguaggio estetico.
La collezione rifiuta la serialità: “nulla è ripetibile”. In un sistema moda ancora fortemente orientato alla produzione su larga scala, quanto è radicale oggi scegliere l’unicità come modello produttivo?
È radicale perché sfida il paradigma dominante: la moda industriale ricerca efficienza e uniformità, mentre noi valorizziamo l’unicità. Ogni pezzo diventa un piccolo atto di resistenza, un’eco di slow fashion in un mondo che corre. Non si tratta solo di estetica, ma di riaffermare che il valore non sta nella quantità, ma nella qualità, nella storia che ogni capo porta con sé.

La sostenibilità sta anche nel tempo
Che ruolo hanno il tempo lento e l’artigianalità nel tuo processo creativo? Possiamo parlare di sostenibilità anche come ritmo, oltre che come scelta di materiali?
Assolutamente sì. Il tempo lento è parte integrante della sostenibilità: permette di osservare, sperimentare e onorare il materiale. L’artigianalità non è solo tecnica, ma una pratica che riduce sprechi, dà spazio alla creatività e preserva l’umanità del gesto. Così la sostenibilità diventa anche ritmo: ogni cucitura, ogni patch, è un invito a rallentare e a riscoprire il valore del fare con cura.
I capi realizzati a partire da coperte riciclate conservano la memoria del tessuto originario. Quanto è importante per te che un abito racconti una storia precedente e non cancelli il proprio passato?
È fondamentale. La storia dei materiali è il cuore pulsante del nostro lavoro. Trasformare una coperta o un tessuto deadstock non significa annullarne il passato, ma dialogare con esso. Ogni segno, ogni piega diventa parte del racconto, rendendo l’abito un oggetto vivo che custodisce ricordi e nuove possibilità.
Il patchwork a diamante realizzato con tessuti check deadstock costruisce nuove geometrie dinamiche. Come dialogano, nel tuo lavoro, sperimentazione formale e responsabilità ambientale?
Il patchwork è il punto di incontro tra estetica e sostenibilità. La sperimentazione formale nasce dall’esigenza di valorizzare ciò che già esiste, trasformando scarti e materiali invenduti in geometrie uniche e dinamiche. Non è solo creatività fine a sé stessa: è un modo di rendere responsabile l’innovazione, dove l’esplorazione estetica diventa pratica etica.
L’imperfezione intenzionale è un elemento ricorrente nella collezione. È una scelta estetica, etica o entrambe? In che modo l’imperfezione può diventare un atto politico contro l’idea di perfezione industriale?
È entrambe le cose. L’imperfezione celebra l’autenticità: ogni cucitura irregolare, ogni sovrapposizione inaspettata ricorda che l’umanità non può essere standardizzata. È un gesto politico perché rifiuta la logica della perfezione industriale e invita a riscoprire il valore del fatto a mano, del tempo investito e dell’imperfezione come bellezza naturale.

Trasparenza e coerenza sono sostenibilità
In un momento storico in cui la sostenibilità rischia di essere solo un’etichetta di marketing, come preservi l’autenticità del progetto Cavia e il suo legame con pratiche realmente circolari?
Per noi sostenibilità significa coerenza e trasparenza: dalla scelta dei materiali alla produzione, ogni fase del processo è pensata per ridurre impatto e valorizzare risorse. Non è solo un messaggio da comunicare, ma un impegno quotidiano: recuperare tessuti, ridurre scarti, rispettare il lavoro artigianale. In questo modo, la circolarità non è un claim, ma una pratica concreta che definisce l’identità di Cavia.
· Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione di Cavia: continuerà a esplorare la forma come canto materico o senti il desiderio di ampliare il dialogo verso nuove discipline, collaborazioni o dimensioni sociali?
Cavia continuerà a cantare la forma e la materia, ma con un’apertura al dialogo multidisciplinare. Immagino collaborazioni con artisti, designer, artigiani e comunità locali, esplorando come il linguaggio dei tessuti possa interagire con nuovi territori: installazioni, oggetti, percorsi educativi. La ricerca rimane al centro, ma il racconto si espande, trasformando la sostenibilità e la creatività in un’esperienza condivisa.
(Intervista a cura di Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life e giornalista di lifestyle green)
Photo Credits: @martaagallery
