Riparazione, recycling e upcycling non possono più restare esperienze virtuose ma isolate. La vera sfida per la moda italiana è trasformare competenze artigianali, innovazione tecnologica e capacità manifatturiera in una filiera industriale della circolarità e della moda circolare, capace di lavorare su grandi volumi e di misurare concretamente i risultati. Dagli Stati Generali della Riparazione e dell’Upcycling nasce così un nuovo obiettivo: passare dalla narrazione della circolarità alla sua applicazione, attraverso progettazione, infrastrutture, tracciabilità, competenze e dati. Gaiazoe ha intervistato Giovanni Lucchesi founder di Prism, organizzatore dell’evento che si è tenuto nei giorni scorsi a Milano.
Avete parlato di un passaggio dall’upcycling come “buona pratica” a un vero sistema industriale. Che cosa manca oggi, concretamente, perché questo salto possa avvenire e quali sono gli ostacoli principali da superare?
La moda circolare è un concetto che richiede una trasformazione radicale dell’industria della moda.
Oggi in Italia non manca la capacità di riparare o trasformare un capo. Abbiamo competenze manifatturiere, laboratori, artigiani e imprese molto qualificate. Quello che manca è soprattutto un sistema che colleghi questi soggetti e consenta di lavorare su volumi importanti.
Passare dalla buona pratica a una filiera industriale significa essere in grado di gestire non cento capi, ma decine o centinaia di migliaia, garantendo tempi, costi, qualità, logistica e tracciabilità. Servono quindi processi standardizzati, infrastrutture, competenze specifiche e soprattutto una domanda stabile da parte dei brand.
La circolarità diventa realmente interessante quando smette di essere un progetto speciale e diventa una normale componente del modello industriale della moda.
Il recycling e l’upcycling vengono spesso utilizzati quasi come sinonimi, ma in realtà implicano processi e logiche differenti. Quali innovazioni state osservando oggi in Italia e quali potrebbero cambiare davvero il modo in cui i materiali tessili vengono recuperati e reimmessi nella filiera?
Sono due processi profondamente diversi e soprattutto complementari. Nel recycling il prodotto viene trasformato nuovamente in materia prima; nell’upcycling cerchiamo invece di conservare quanto più possibile il valore già incorporato nel prodotto, trasformandolo senza riportarlo necessariamente allo stato di fibra.
Una delle innovazioni più interessanti riguarda proprio la capacità di decidere quale sia il destino migliore per ogni prodotto. Prima di riciclare un capo dovremmo chiederci se può essere riparato, riutilizzato, ricondizionato, trasformato o disassemblato.
Stanno diventando quindi centrali tecnologie di selezione e tracciabilità, sistemi per il disassemblaggio, nuovi processi di riciclo tessile-tessile e piattaforme capaci di raccogliere dati sul prodotto. Ma l’innovazione non è soltanto tecnologica: anche riuscire a organizzare industrialmente una rete di riparazione o di upcycling è innovazione.

Uno dei temi emersi dagli Stati Generali è che la circolarità debba iniziare già dalla progettazione del capo. Come sta cambiando il lavoro di designer e aziende e quali sono, secondo voi, le caratteristiche che dovrebbe avere oggi un capo realmente progettato per essere riparato, riutilizzato o riciclato?
Per molto tempo abbiamo cercato di rendere circolare un prodotto soltanto quando arrivava alla fine della sua prima vita. È molto più efficace pensarci quando quel prodotto viene progettato.
Un capo realmente circolare dovrebbe essere durevole, facilmente riparabile e costruito in modo da poter essere disassemblato. Bisogna ragionare sulla scelta dei materiali, sul numero di componenti, sugli accessori, sulle cuciture e sulla possibilità di sostituire le parti che normalmente si deteriorano prima.
Questo modifica anche il lavoro del designer: non significa limitarne la creatività, ma aggiungere nuovi parametri di progetto. Oltre a estetica, costo e funzionalità, dobbiamo cominciare a progettare anche la seconda, la terza e possibilmente la quarta vita del prodotto.
Il vostro Report Annuale sulla Riparazione e l’Upcycling fotografa per la prima volta il settore attraverso una base di dati strutturata. Quali sono le evidenze o le novità più interessanti emerse dal Report e quali aspetti della filiera hanno invece bisogno di essere affrontati con maggiore urgenza?
Una delle evidenze più interessanti è che non partiamo affatto da zero. Esiste già un patrimonio molto importante di competenze, imprese e sperimentazioni. Il problema è che queste esperienze sono ancora estremamente frammentate.
Dal Report emerge quindi un paradosso: abbiamo molte delle competenze necessarie per costruire una filiera circolare, ma non abbiamo ancora una vera infrastruttura industriale della riparazione e dell’upcycling.
I temi più urgenti sono la capacità produttiva, la logistica, la raccolta e condivisione dei dati, la formazione delle competenze e soprattutto la sostenibilità economica dei processi. Per questo abbiamo voluto partire dai dati: nei prossimi anni dovremo riuscire a misurare non soltanto quanti progetti circolari vengono comunicati, ma quanti prodotti vengono realmente riparati, riutilizzati o trasformati.
L’Italia possiede una tradizione manifatturiera e artigianale molto forte, ma la sfida è portarla dentro una dimensione industriale. In che modo artigianalità, nuove tecnologie e innovazione dei materiali possono dialogare per costruire una filiera circolare competitiva anche su scala internazionale?
Credo che questo possa diventare un vantaggio competitivo molto forte per l’Italia. Abbiamo una cosa che non si costruisce rapidamente: una cultura manifatturiera diffusa e persone che conoscono realmente come è fatto un prodotto.
La tecnologia non deve sostituire questa competenza, deve permetterle di lavorare su una scala maggiore. Digitalizzazione degli ordini, tracciabilità dei capi, gestione dei flussi, automazione di alcune lavorazioni e nuovi sistemi di selezione possono rendere industriale ciò che oggi spesso viene gestito in maniera artigianale.
L’obiettivo non è trasformare un artigiano in una macchina, ma costruire intorno alla sua competenza un sistema capace di gestire grandi volumi. È proprio dall’incontro tra capacità manifatturiera e tecnologia che l’Italia può costruire un modello di circolarità diverso e potenzialmente esportabile.
Ora che comincia la stesura del Manifesto nazionale della Riparazione e dell’Upcycling nella Moda, quali saranno le prime soluzioni concrete che vorreste vedere realizzate entro la prossima edizione degli Stati Generali? E come capiremo, attraverso dati e risultati misurabili, se il settore sta davvero diventando più circolare?
Il Manifesto non deve diventare una dichiarazione di principi da firmare e dimenticare. Vorremmo che producesse impegni concreti e soprattutto misurabili.
Da qui alla prossima edizione vorremmo lavorare almeno su alcuni punti: definire indicatori comuni per misurare riparazione e upcycling, costruire modelli più efficienti di collaborazione tra brand e operatori, sviluppare competenze professionali specifiche e favorire servizi di repair accessibili e replicabili su larga scala.
E poi serviranno numeri. Quanti capi sono stati riparati invece che sostituiti? Quanti invenduti sono stati trasformati o reimmessi sul mercato? Quale quantità di prodotto è stata sottratta allo smaltimento? Quali volumi siamo in grado di gestire e a quali costi?
Se alla prossima edizione degli Stati Generali potremo confrontare questi indicatori con quelli di oggi, avremo fatto un passo importante: saremo passati dal raccontare la circolarità al misurarla.
(intervista raccolta da Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life)



