Che cosa accade quando un’opera d’arte incontra la moda e si trasforma in un abito capace di muoversi insieme al corpo? Per l’artista e designer Francesca Levi non si tratta di riprodurre un’opera, ma di entrarne nel mondo, lasciarsi ispirare dai suoi colori e dalle sue forme e reinterpretarla attraverso un linguaggio personale. Nei giorni scorsi, Levi ha tenuto una personale presso la galleria d’arte Marco Bertoli – M45 di Milano, presentando Art to Wear, un progetto atto a esplorare il dialogo tra arte e moda attraverso sette abiti unici, realizzati e dipinti a mano, ispirati ai linguaggi di Joan Miró, Gustav Klimt, Lucio Fontana, Pablo Picasso, Wassily Kandinsky e Katsushika Hokusai. La mostra ha raccontato una ricerca in cui l’opera d’arte non viene semplicemente riprodotta sul tessuto, ma reinterpretata attraverso il colore, il segno e la forma, seguendo l’architettura dell’abito e il movimento del corpo.
Artista e designer dalla formazione trasversale, Francesca Levi considera l’abito una superficie viva, capace di trasformarsi ogni volta che viene indossata. Nelle sue creazioni, la pittura incontra la materia e il gesto artistico acquista una dimensione nuova, mentre un capo realizzato anni prima può tornare a dialogare con il presente. A partire dall’abito ispirato a La grande onda di Kanagawa di Hokusai, riproposto in occasione della mostra, abbiamo parlato con lei di creatività, contaminazione tra linguaggi, unicità e seconde possibilità: perché dare nuova vita a un oggetto significa anche aprirlo a interpretazioni che non si esauriscono nel tempo.
Intervista a Francesca Levi
Cosa succede quando un’opera d’arte si trasforma in qualcosa di indossabile? E qual è la differenza tra citare un’opera e lasciarsi ispirare dal suo linguaggio?
Non cerco mai di replicare un’opera. Osservo un artista, mi immergo nel suo mondo, nei suoi colori, nei suoi segni, e poi lo reinterpreto liberamente. Per me, l’abito diventa una tela, ma una tela che si anima e si muove sul corpo. È proprio questo che mi attira: partire da un’opera che amo e trasformarla in qualcosa di personale.
In che misura il corpo di chi indossa l’abito contribuisce al processo creativo? Può modificare l’opera ogni volta?
Molto, perché un abito non è un quadro appeso a una parete. Indossato, prende vita: si adatta al corpo, al movimento e anche alla personalità di chi lo porta. In un certo senso, quindi, ogni volta l’opera si trasforma ed é anche un gesto etico .
Arte, architettura, industrial design, gioiello e moda. Si sente più artista, designer o queste definizioni sono troppo limitanti?
Non amo molto le etichette. Ho esplorato diversi ambiti, dall’architettura al design, dai gioielli alla moda, ma il filo conduttore è sempre stata la creatività e la sperimentazione. Oggi, probabilmente, mi identifico soprattutto come artista: mi piace avere un’idea e trovare ogni volta un modo diverso per esprimerla.
L’abito ispirato a Hokusai torna oggi in mostra. Qual è il suo rapporto con il tempo e con l’idea che una creazione possa continuare a vivere?
Se un oggetto è stato creato con cura e ha ancora qualcosa da raccontare, per me non invecchia. L’abito di Hokusai è nato anni fa, ma oggi può ritrovare vita in un contesto nuovo e dialogare con lavori più recenti. Mi piace l’idea che una creazione non debba necessariamente essere sostituita: può avere più vite.
Quanto è importante per Lei dare una seconda vita a ciò che già esiste?
È molto importante, anche se non parto sempre dall’idea del riuso. Parto da qualcosa che mi piace e sento il bisogno di trasformarlo. Con la pittura, con un intervento manuale, un abito può diventare completamente diverso e soprattutto unico. Per me, il valore sta proprio lì: non buttare e sostituire continuamente, ma trasformare e dare nuova vita alle cose.
Intervista a cura di Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life
