C’è un luogo in cui la pittura dialoga con il filo, dove il gesto artistico si lascia disciplinare dalla precisione sartoriale e dove ogni abito nasce come racconto. Si chiama Rovere, ed è molto più di un atelier: è un progetto identitario, un laboratorio di ricerca, un paesaggio dell’anima che prende forma nel tessuto.
In questa intervista scopriamo la visione della sua fondatrice, Lucia Russo Rovere, una giovane designer che ha scelto di intrecciare arte, artigianalità e sostenibilità, senza rinunciare alla maternità e alla costruzione di una famiglia. Un percorso controcorrente, fatto di piccoli passi autentici, di scelte radicali e di un’idea di moda come atto comunicativo e poetico.
Le origini di Rovere
Come è nata l’idea di fondare Rovere e in che modo il mondo dell’arte influenza il tuo processo creativo? Quali artisti, correnti o opere ti ispirano maggiormente?
Rovere è nata tanti anni fa nella mia mente, un’intuizione e un desiderio che ho coltivato nel tempo finché non ha trovato la sua forma. Rovere è nata dall’esigenza personale di trovare un posto e anche un nome a quello che creavo, che mi piaceva e che stavo studiando. Nasce come risposta, luogo d’incontro tra competenze pratiche artigianali come quelle in sartoria ed un’attitudine artistica sviluppata in tutti i miei studi dal liceo all’Accademia di Belle arti. Questi due ambiti ho scoperto nel mio percorso che mi educavano sotto aspetti diversi, la pittura e la sartoria erano diventati fondamentali per me e cercavo un punto d’incontro tra i due, il “luogo” dove entrambi potessero diventare il mio strumento comunicativo. L’arte è il cuore di Rovere in quanto guida l’approccio, la ricerca, e la creazione finale di un capo. Non è quindi in senso didascalico, non mi piace riprodurre quadri, citare artisti, è bensì un fattore più intrinseco, è il mio spazio comunicativo ed espressivo che viene veicolato attraverso il rigore e le regole della sartoria. Quando poi ho deciso di aprire e pensavo al nome, ho deciso di partire dall’inizio, ho preso il cognome di mia nonna che con lei finiva la sua genealogia, da lei ho imparato ad essere curiosa, è stato un rapporto particolare a volte anche conflittuale ma positivamente sfidante! E’ morta poco prima che inaugurassi il mio atelier, sorpresa(mi vien da ridere a pensarci) e orgogliosa che non avessi abbandonato questo sogno. Rovere racchiude quindi le mie radici e un po’ di passato, ma è anche segno di futuro per me, è la quercia che cresce lentamente e si espande nel tempo per durare una vita. L’origine e la meta nel mio lavoro.
In che modo trasformi concetti artistici astratti o suggestioni visive in capi tangibili e indossabili? Puoi raccontarci un esempio concreto?
Parto da un bozzetto a matita o un dipinto realizzato e utilizzo quello come nota iniziale per creare il capo, a volte diventa una ricerca nel tentativo di riprodurre una sfumatura, un colore o a volte una sensazione, una texture o un’impressione che rimandi a quel contesto pittorico. Questo per quanto riguarda i capi che richiamano un gesto pittorico in maniera più evidente. Si capisce bene che questo comporta la massima libertà d’indagine e direi anche inesauribile, ed è il bello del mio lavoro! A volte diventa sperimentare attraverso la manipolazione del tessuto attraverso tecniche come ad esempio il nunofeltro, a volte attraverso la tintura del capo affinché richiami quel tono e quel gioco di colori, a volte invece parto dall’abito stesso, quindi dal figurino e il capo dipinto e non quindi da una suggestione esterna, in questo caso la sfida si traduce nell’avvicinarsi il più possibile a quella esatta rappresentazione grafica e cromatica come ad esempio l’ultimo abito che ho fatto, una garza di cotone mista a una lieve percentuale di metallo che rende l’effetto crinkle. Dato che il mio bozzetto presentava una sfumatura acquerellata semplice ma difficile da riprodurre concretamente ho poi lavorato sulla realizzazione di un degradè fatto a mano blu. A questo punto l’abito ha iniziato a svincolarsi e ha iniziato un percorso proprio in quanto ora sia texture che forma che colore comunicavano sensazioni e suggestioni. Questo era stato il risultato della mia ricerca nel rendere una sensazione del mare, della sabbia, dell’incresparsi delle onde. Questi capi con i richiami pittorici più evidenti fanno parte della linea chiamata Vestepaesaggio, che raccontano appunto questo legame con l’arte. Dietro ogni capo c’è un messaggio, “vesti di paesaggi incontrati”: da un lato un invito, un esortazione a vestirsi della bella beezza incontrata e quindi a comunicarla, perché vestire è un atto comunicativo, anche se non si cura, anche se non interessa l’abbigliamento, è sempre un atto comunicativo quindi in questo caso un retorico invito a comunicare quanto di bello incontrato (Per me la bellezza in pittura è indagata prima di tutto nel paesaggio). E poi un gio di parole, tra verbo e sostantivo e quindi una veste, un abito fatti di cielo, di mare, di paesaggi incontrati. Ci tengo a sottolineare che i paesaggi sono incontrati perché si tratta sempre di una suggestione trasferita su tessuto e non una citazione.
I miei interventi pittorici o legami artistici sono sempre intenzionalmente lontani e delicati perchè non si deve dimenticare che si ha un capo d’abbigliamento di fronte il cui scopo per me, è quello di assecondare il corpo, essere funzionale al corpo e per me anche alla personalità di chi lo indossa. La mia “veste” vuole che il corpo che la indossa si possa sentire a suo agio ed esaltato nell’unicità della sua persona. La pittura e l’arte devono guidare la creazione ma il risultato finale non voglio sia una citazione di qualcuno, una riproduzione riconoscibile di qualcosa, io voglio che indossando una delle mie creazioni ci si possa sentire parte integrante di un’opera, di un paesaggio quale quello che si è già! Comunicare quindi la bellezza incontrata e i vestirsi di suggestioni pittoriche che aiutino ad incorniciare il proprio “paesaggio personale”!
A volte il mio legame con la pittura e il gesto pittorico emerge più concretamente nei capi, altri rimane di sottofondo come approccio al lavoro. I capi dipinti o che presentazione lavorazioni uniche hanno poi un’etichetta aggiuntiva che riporta titolo dell’opera e a volte la serie di cui fanno parte, come “dolci nebbie” o il completo “Caeli maris” o la un’altra serie intitolata “nuvole e brina” che giocava sfidando la composita della lana grezza alleggerita a nuvola nell’incontro con la seta.

La morbidezza delle linee e la ricerca dell’essenzialità come linguaggio visivo
Qual è il filo conduttore estetico di Rovere? Esiste un linguaggio visivo preciso che definisce l’identità del brand?
Il filo conduttore estetico di rovere è morbidezza delle linee, la ricerca dell’essenzialità e della pulizia nei particolari e devo dire di fondo un immancabile romanticismo che emerge anche quando mi impegno per nasconderlo, lo dico più riportando il commento di quanti vedono e conoscono i miei capi e devo dire che effettivamente hanno ragione. Bisognerebbe chiedere a loro come percepiscono il mio stile. Mi piace pensarlo in evoluzione, una ricerca verso la pulizia e l’essenzialità, cosa che spesso da un lato non mi appartengono ma che mi sfidano e mi educando. Questa capacità educativa di un mestiere e dell’arte è stato il motore della passione per la sartoria e la pittura: vedevo che uno educava l’altro, il mio segno caotico e disordinato vedevo che veniva educato attraverso la meticolosità, la precisione e la cura richiesta nella sartoria.Quando stavo in sartoria e poi ritornavo in aula a dipingere mi accorgevo di essere maturata e viceversa, la creatività e la ricerca pittorica mi spingevano ad essere esuberante e voler osare in sartoria, spesso uscendo dagli schemi. Mi piace pensarla come un rapporto in cui si addomestica il mio carattere, nel senso inteso dalla volpe e il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Questo legame non l’ho più voluto lasciare e ad un certo punto ne è nato Rovere come risposta concreta all’azione che queste due pratiche svolgevano sulla mia creatività. Non si tratta sempre solo di pittura, a volte scrivo delle suggestioni, dei racconti dai quali prendono forma i miei personaggi, come il lavoro di quest’anno che ha un nome, Margaret, e più che un dipinto nasce proprio da un racconto, alcuni stralci di un racconto inventato, e dove nel mio lavoro mi sono divertita a far da costumista alla protagonista di questi pensieri sparsi…Trovo anche questi paesaggi pittorici si, ma ancor di più sono paesaggi dell’anima.
Cerco di muovermi all’interno di un gusto ricercato, che mi sfida a pulire i “segni” e chiarire la forma con poco, come mi direbbe una mia prof. Di disegno incontrato nel mio percorso accademico. Mi piace pensare e disegnare i miei capi pensando ad un’eleganza silenziosa che possa essere quotidiana, rimangono di fatto dei capi che le la maggior parte delle persone considerano eleganti, anche dovuto all’utilizzo di materiali delicati e preziosi come la seta, base perfetta per la pittura. Il lavoro che sto affrontando per il 2026 racconterà di una ricerca verso il grezzo, l’essenziale e un gusto che spazia tra le tracce di antico, foto ricordo, texture grezze e colori terreni, unito al moderno, linee pulite e minimal. Sono alla ricerca costante di una definizione del mio gusto, di una cifra identificativa, e mentre ricerco creo, questo è quello che chiamo percorso artistico, ed è il bello del mio lavoro
Come selezioni i materiali per le tue creazioni e quali criteri di sostenibilità guidano le tue scelte?
I materiali selezionati sono frutto della ricerca costante di materie che possano esprimere, parlare al semplice tocco e che allo stesso tempo rispettino criteri di sostenibilità. Nel mio piccolo, le miei scelte di sostenibilità passano da un lato da una selezione accurata di tessuti deadstock e dall’altra direttamente dalla selezioni di aziende produttrici italiane. Nel primo caso ricerco principalmente i tessuti monofibra anche perché la composizione deve essere dedotta in modo empirico perché non viene fornita precisamente. Il secondo caso invece mi permette di sostenere la mia sperimentazione e ricerca, affidandomi a produttori diretti di tessuti ma lavorando sempre a partire dai loro avanzi di produzione. Questo mi permette di sperimentare, ricercare e conoscere tessuti all’avanguardia e sempre più carichi di possibilità espressive, muovermi nella produzione italiana, il tutto sfruttando le risorse già messe in campo. Ancor di più quest’ultima soluzione mi permette di affidarmi a tessuti certificati e tracciati proponendo così ai miei clienti soluzioni chiare, affidabili e di qualità. La ricerca del tessuto è un movimento dinamico che spazia quindi su entrambi i fronti, attingo dagli eccessi utilizzando tessuti deadstock, ricerco e propongo sicurezza del materiale selezionato affidandomi a tessuti di aziende italiane produttrici, in particolare una che in questo momento risponde bene a tante delle mie ricerche.
Gli investimenti più grandi che faccio infatti sono proprio nella selezione delle materie utilizzate e sono molto contenta che la gente che tocca e incontra i miei capi solitamente se ne accorga. Avverte la qualità e la selezione. Inoltre sempre in tema di ottimizzazione degli sprechi, ci sono dei capi che disegnato appositamente per sfruttare al meglio tutti i minimi scarti che possono derivare dal taglio del tessuto. Inoltre la mia produzione rimane di tipo sartoriale, ogni modello viene posizionato manualmente sul tessuto potendo così sfruttare al meglio tutte le pezze di tessuto e riducendo in gran quantità lo spreco di esso, chiaramente questo, essendo un processo di tipo sartoriale richiede molto più tempo.
Ho collaborato anche con laboratori di confezione ma la ricerca a riguardo è complessa e anche l’investimento richiesto non è banale. E’ difficile trovare il laboratorio che sostenga una produzione artigianale come la mia e quella di altri nella mia situazione, che si muove quindi su bassi quantitativi (che rimangono in gergo sulle quantità da prototipia) e che non affidano questo a laboratori subappaltati.
Il valore sociale della produzione
Collabori con laboratori o artigiani locali? Quanto conta per te il valore etico e sociale della produzione?
La mia prima produzione l’ho iniziata con un laboratorio che faceva ancora il taglio sartoriale, a mano uno per uno. Era appena nata mia figlia e quindi mi era difficile confezionare tutti i capi. Grazie ad un passaparola tra artigiane avevo incontrato questa piccola realtà. Purtroppo all’improvviso mi hanno comunicato la loro chiusura perché in forte crisi e impossibilitati a reggere il carico delle spese della filiera produttiva. Da lì è stato difficilissimo trovare un laboratorio simile e sono ancora alla ricerca del posto giusto a cui potermi affidare. Di fatto ora confeziono (ovvero produco) io tutti capi, faccio bassi quantitativi utili a partecipare agli eventi ed ho iniziato a proporre i modelli realizzabili su commissione.
Scegliere materie prime da produttori italiani che possano fornire composizioni e tracciabilità ha costi altissimi, affidare la produzione a laboratori artigianali richiede dei minimi di produzione che portano ad investimenti enormi, a questo si aggiungono i costi fissi di un’attività artigiana in Italia.

Quali sono le principali sfide che incontri nel portare avanti un progetto indipendente e sostenibile oggi?
Le principali sfide che incontro sono nel trovare la giusta via di mezzo tra la fattibilità della produzione e sostenibilità dei suoi costi altissimi.
Portare avanti questo progetto non è semplice. A volte la passione e il continuo ripetersi le motivazioni per cui si è scelta questa strada non bastano. Purtroppo poi in questi casi si è portati, in particolare se si è donna, a dover scegliere o il lavoro o la vita personale. Io non volevo che uno fosse una rinuncia dell’altro, con mio marito abbiamo deciso di portare avanti il nostro progetto familiare senza rinunciare alla realizzazione lavorativa di entrambi, ho due figli e il terzo in arrivo, mio marito è insegnante, siamo una famiglia italiana come tante altre che per sostenere questo sogno fanno come minimo due lavori a testa. E’ faticoso e spesso ci si sente soli in questa strada, come donna e anche come famiglia. Ho a malapena trent’anni e sto provando ad avviare la mia impresa senza rinunciare al mio desiderio di famiglia, ci sono aiuti, sostegni? No. Ecco la sfida più grande per me.Scegliere inoltre di portare avanti questo sogno investendo su una produzione il più possibile locale, tracciata, italiana, è ancora peggio.
Per questo i passi che muovo sono piccoli ma veri e a misura di famiglia, sicuramente non convenzionali e certamente fuori dagli schemi per il mondo in cui ci muoviamo oggi. Certo è comprensibile e giusto chi rimanda il desiderio di un figlio o di una famiglia a dopo la realizzazione lavorativa. Nella nostra società noi donne siamo portate a ragionare così. Io non volevo mettere da parte la mia famiglia e la mia storia personale per questo, ma non è semplice, e sicuramente sono scelte che pesano sulla quotidianità sia mia che di mio marito col quale prendo ogni scelta. Mi piacerebbe incoraggiare tutte le mamme che si sentono di dover mettere da parte la propria vocazione lavorativa, io sperimento che una cosa potenzia un’altra, fare qualcosa che fa stare bene, ti aiuta a stare meglio con te stesso e poi anche con la tua famiglia, si tratta sempre di qualità prima della quantità, in tutto. La qualità del tempo passato insieme è più importante della quantità. Io sto in laboratorio spesso dalle 9 alle 18 giostrandomi con i ritmi del lavoro di mio marito, è faticoso, ma non penso si starebbe meglio a stare sempre a casa, 100% presente ma rinunciando a se stessi( ovviamente mi riferisco a chi ha un sogno nel cassetto oltre al diventare madre). Questo è possibile solo però se ci si sente sostenuti e se si prendono scelte familiari condivise.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri in termini di sostenibilità, innovazione e impatto culturale per Rovere?
Obiettivi futuri?! Ogni passo genera nuovi obiettivi, mi piacerebbe dare forma più strutturata al mio progetto, non essere da sola nel gestire tutta la filiera e farla crescere con l’intento di mantenere un carattere artigianale ma più strutturato come brand di abbigliamento.
(intervista raccolta da Viviana Musumeci, giornalista eco e founder di Gaiazoe.life, llifestyle blogzine dedicato al mondo della responsabilità sostenibile e del benessere psico-fisico)
