In un panorama creativo sempre più fluido, emergono figure professionali che sfidano le definizioni tradizionali, tracciando percorsi inaspettati tra discipline apparentemente distanti. Il nostro ospite, Fernan Carlos, incarna perfettamente questa tendenza: un designer che fonde con maestria moda, sportswear e product design, trasformando la contaminazione tra linguaggi in una vera e propria cifra stilistica.
Dalla necessità di esprimere una verità personale e professionale, è nato un approccio ibrido dove l’idea concettuale non può prescindere dall’uso pratico, dando vita a capi che devono essere non solo esteticamente belli, ma anche realmente funzionali e trasformabili. Lo sportswear, oggi protagonista indiscusso della vita urbana, viene ripensato in un’ottica di qualità, eleganza e durabilità, anticipando un’evoluzione che mira a creare look nuovi senza l’ossessione dell’acquisto continuo.
Ma come si affrontano le sfide di sostenibilità e performance quando si lavora con materiali tecnici e destinazioni d’uso dinamiche? E in che modo principi come durability e modularità del product design possono rivoluzionare la moda rendendola più responsabile? Abbiamo parlato con Fernan Carlos, fondatore di Ferdy, scoprendo come la sua forte impronta grafica e la costante ricerca sui materiali si uniscano a una “firma narrativa” che valorizza la coerenza e la qualità, trasformando persino rimanenze tessili e corde per tapparelle in un progetto di moda innovativo e a impatto quasi zero. Inoltre, il contributo di Fernan Carlos nel settore è cruciale per definire nuove direzioni nel design. Infine, l’approccio di Fernan Carlos alla sostenibilità rappresenta un esempio da seguire per i futuri designer.

Sportswear e moda: un binomio vincente
Lo sportswear oggi è protagonista anche nella vita urbana. Come immagini l’evoluzione di questo stile nei prossimi anni?
Assolutamente sì. La parte sportiva è ormai diventata un elemento fondamentale della moda, soprattutto nell’ambito urban. Tutti desiderano essere belli e comodi, ma con un tocco di eleganza. Immagino che l’evoluzione consista nell’utilizzare capi di qualità, capaci di adattarsi a più stili diversi per creare look nuovi senza dover acquistare ogni volta qualcosa di nuovo.
La sfida principale nell’essere sostenibili riguarda certamente i costi, ma non solo quelli legati alla lavorazione di materiali, magari ottenuti da fibre naturali. Un aspetto critico è anche il processo industriale, che comprende tutti i test e le prove sui materiali. Ancora più importante, però, è che le persone comprendano davvero che quel prodotto è stato realizzato attraverso un percorso sostenibile, non ridotto al semplice concetto di riciclo. Per questo la comunicazione deve essere chiara, credibile e capace di arrivare in modo diretto al consumatore.
Quali sono le sfide più complesse per un designer che lavora con materiali tecnici e destinazioni d’uso dinamiche?
La sfida principale nell’essere sostenibili riguarda certamente i costi, ma non solo quelli legati alla lavorazione di materiali, magari ottenuti da fibre naturali. Un aspetto critico è anche il processo industriale, che comprende tutti i test e le prove sui materiali. Ancora più importante, però, è che le persone comprendano davvero che quel prodotto è stato realizzato attraverso un percorso sostenibile, non ridotto al semplice concetto di riciclo. Per questo la comunicazione deve essere chiara, credibile e capace di arrivare in modo diretto al consumatore.

La durabilità e la modularità sono alla base della responsabilità
Nel product design sei abituato a ragionare in termini di durability e modularità. Questi princìpi possono diventare la base anche per una moda più responsabile?
Vorrei che i capi venissero indossati a lungo e che la loro bellezza rimanesse intatta nel tempo. Naturalmente anche il consumatore deve prendersi cura del capo, ad esempio attraverso lavaggi corretti e una buona stiratura, che permette alle trame del tessuto di riprendere forma. Dedicarvi più attenzione consente di farlo durare di più. Da parte mia cerco già di offrire un prodotto costruito su queste basi di qualità; poi spetta al cliente mantenerlo con cura. Questo contribuisce in modo concreto a raggiungere il massimo livello possibile di sostenibilità.
Come costruisci una visual identity che riesca a parlare sia all’atleta che al consumatore lifestyle?
Esistono molte strade per raggiungere questo obiettivo. Che si progettino motori per Ferrari o abiti per Armani, il primo passo è sempre lo stesso: lo schizzo e l’idea su carta. È da qui che inizia il lavoro di un vero designer. Successivamente utilizzo la grafica per raccontare il prodotto in modo mirato, bello da vedere ed efficace sia dal punto di vista estetico sia da quello tecnico. È inoltre fondamentale essere bravi a descrivere ciò che si crea. L’unione di questi elementi genera la qualità complessiva: quella del design e quella del prodotto finale.
Quali elementi del tuo background personale ritrovi nelle tue creazioni?
Mi piace molto una frase che ho elaborato nel tempo: non mi ritengo migliore di nessuno, ma ho una storia da raccontare e cerco di farlo attraverso il mio lavoro, sia dal punto di vista creativo sia da quello pratico. La mia firma risiede anche nella coerenza e nella qualità con cui porto avanti ciò che faccio.

Quanto contano tecnologia e ricerca dei materiali nella tua pipeline creativa? Puoi raccontarci un progetto in cui l’innovazione ha fatto la differenza?
Contano moltissimo, perché la moda è un’evoluzione continua e richiede la capacità di adattarsi al mercato restando il più possibile fedeli a se stessi. È necessario aggiornarsi costantemente: dall’intelligenza artificiale ai materiali, dai metodi produttivi alle tendenze. Sul piano creativo ritengo fondamentale saper applicare in modo rigoroso tutte queste conoscenze, perché solo così si rimane credibili.
Un progetto in cui l’innovazione ha realmente fatto la differenza è proprio la collezione che ho appena presentato. Ho utilizzato materiali già disponibili in magazzino, senza produrre nulla di nuovo, quindi a impatto quasi zero. Le mie rifiniture bianco e nero, per esempio, sono realizzate con corde per tapparelle: un materiale a basso costo, estremamente resistente e completamente inedito nel settore. Non ho mai sentito che qualcuno lo avesse usato prima.
L’intera collezione è stata costruita unendo questi elementi in modo coerente e dinamico. I miei piumini, inoltre, sono stati creati partendo da rimanenze tessili già presenti a magazzino e dipinti da me a mano, con pennellate di colore non industriali. È un concetto complesso, ma rappresenta pienamente ciò che intendo per innovazione: trasformare ciò che esiste in qualcosa di nuovo, credibile e di qualità.
(intervista raccolta da Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life)
