Ci sono brand che nascono per seguire una tendenza, e altri che nascono per ribaltarla. Superficial Culture appartiene alla seconda categoria: un collettivo di creativi provenienti dal mondo della moda, del design e della comunicazione che ha deciso di unire l’estetica del glamour alla profondità della sostenibilità.
Dietro il nome, solo apparentemente contraddittorio, si nasconde una visione chiara: la bellezza e la coscienza non sono opposti, ma due facce della stessa storia.
Gaiazoe ha intervistato Andrea Balducci, CEO e Founder di Superficial Culture:

Le origini del brand Superficial Culture
Chi siete, da dove venite e come vi siete formati?
Siamo un gruppo di creativi con background diversi tra moda, design, comunicazione che ha deciso di rispondere alla necessità di unire il glamour al sostenibile.
Veniamo dal mondo del lusso, del design e della comunicazione, ma abbiamo sentito il bisogno di ribaltare le regole, di portare in qualcosa di considerato superficiale come l’abbigliamento, la cultura: cultura dei materiali, della costruzione e della sostenibilità.
Superficial Culture nasce dall’idea che la bellezza e la coscienza non siano opposte, ma due parti necessarie della stessa storia.
Perché avete creato questo brand?
Per reagire all’eccesso: alle mode usa e getta, agli armadi pieni, alla superficialità del consumo rapido. Volevamo costruire qualcosa che riportasse al centro il valore autentico del capo — delle mani che lo creano, di chi lo indossa e sfidare l’idea che la sostenibilità sia privilegio di pochi. Volevamo renderla pop, desiderabile, parte della vita di tutti i giorni. Superficial Culture nasce per dimostrare che “sostenibile” e “glamour” non sono incompatibili proprio come Superficial e Culture. Non cerchiamo di cambiare la moda con il senso di colpa, ma con il desiderio. Perché la vera rivoluzione inizia quando ciò che è giusto smette di essere un sacrificio e diventa naturale.
La vostra filosofia “meno pezzi, ma amali di più” è quasi un manifesto slow fashion. Da dove nasce questa visione e come si traduce nel vostro processo creativo?
La nostra filosofia nasce dall’osservazione di quanto possediamo e quanto poco usiamo davvero. In un mondo che corre dietro al consumo veloce, noi scegliamo di fare il contrario: pochi capi, ma pensati in ogni dettaglio.
Ogni pezzo è studiato per durare, adattarsi a più occasioni e accompagnarti nel tempo. Ridurre le collezioni non è una rinuncia, è un atto creativo: ci permette di concentrarci sui materiali, sui tagli, sui dettagli che fanno la differenza.
Come nello slow food, il nostro slow fashion prende tempo e cura: immaginiamo capi che siano desiderabili, versatili e che possano vivere tante vite. È meno rumore, più sostanza. E soprattutto, più amore.
Taglie in meno e due soli fit
Avete eliminato le taglie, scegliendo due soli fit. Cosa rappresenta per voi questa scelta in termini di inclusività e sostenibilità?
È una delle nostre scelte di cui andiamo più fieri. I nostri due soli fit non impongono una forma, accolgono tutte le forme. Sono pensati per adattarsi, non per escludere. I nostri modelli non sono professionisti: sono amici, persone reali, con corpi diversi, storie diverse, energie diverse. Vogliamo che chi guarda una campagna si riconosca, non si paragoni. Eliminare il peso della taglia è stato un atto di libertà: crediamo che il corpo non debba adattarsi ai vestiti, ma che il capo debba valorizzare il corpo. Questo è reso possibile da una progettazione attenta: lavoriamo con tessuti elasticizzati, utilizziamo drappeggi e tagli sartoriali che permettono al capo di modellarsi su diverse fisicità, come una seconda pelle. Questo non solo riduce gli sprechi in produzione, ottimizzando i tagli e limitando gli invenduti, ma rende ogni capo più pratico, inclusivo, sostenibile.
Il progetto Re-Make trasforma gli invenduti in nuove creazioni. Potete raccontarci come nasce e che valore assume nel vostro percorso circolare?
Re-Make è il nostro modo di dire che niente va sprecato. Prendiamo gli invenduti, spesso capi realizzati con i nostri materiali principali come il cotone organico o il poliestere riciclato, e diamo loro una seconda vita: nuovi dettagli, tagli e utilizzi. Non è solo sartoria, è un gesto concreto: ridiamo vita a qualcosa che altrimenti sarebbe fermo. Ogni stagione rielaboriamo i capi invenduti con cura: un intervento artigianale, una trasformazione che unisce creatività e responsabilità. Re-Make è il nostro simbolo più tangibile di moda circolare.
La vostra attenzione al packaging plastic-free e ai materiali riciclati è meticolosa. Qual è stata la sfida più grande nel creare una filiera davvero sostenibile?
Farlo restando noi stessi. Per noi, sostenibilità non significa rinuncia ma consapevolezza: materiali che senti sulla pelle, rifiniture curate, sensazioni che trasmettono valore e attenzione. Utilizziamo principalmente cotone organico per le fibre naturali e poliestere riciclato per le fibre sintetiche, cercando fornitori che possano garantirne la tracciabilità e la certificazione. La vera sfida è rendere la sostenibilità desiderabile, perché se ami un capo, lo indossi spesso; se lo indossi spesso, non lo sprechi. Trovare fornitori che condividessero i nostri valori, offrissero tracciabilità, garantissero qualità, soprattutto per i nostri materiali riciclati e organici, ci è costato fatica, dialoghi, verifiche. Spesso la scelta più sostenibile non è la più veloce, né la più economica, ma è quella che ti fa dormire bene la notte.
Nei vostri messaggi emerge sempre un tono ironico e positivo, quasi “pop”. Quanto è importante per voi comunicare la sostenibilità con leggerezza, senza rinunciare alla profondità?
Perché per noi, pop significa parlare come siamo: veri, diretti, senza filtri. La sostenibilità non è un obbligo, è una scelta che facciamo. Non serve essere noiosi per essere responsabili.
Abbiamo scelto di essere pop perché è il linguaggio che ci fa sentire vicini a chi ci segue. Non vogliamo sermoni, ma inviti a fare scelte migliori con leggerezza.
Per noi, essere pop è un atto di sincerità. Non è un trucco, è un modo di essere veri. La sostenibilità non deve essere pesante per essere importante.
Che cos’è l?EcoGlam?
“EcoGlam” è una parola che usate spesso. Come definite questo equilibrio tra glamour e responsabilità?
EcoGlam per noi è il perfetto equilibrio tra pop e sostenibile. Viviamo di contrapposti: vogliamo rompere l’idea che “ecologico” significhi solo una maglietta bianca in cotone. La sostenibilità può essere desiderabile, glamour e potente. Ad esempio, usare poliestere riciclato ci permette di ottenere finiture e strutture che uniscono performance e responsabilità, mentre il cotone organico ci offre una base etica e confortevole. EcoGlam è la nostra dichiarazione: scegliere responsabilmente non significa rinunciare allo stile.
Avete scelto di produrre esclusivamente in Italia. Quanto conta, oggi, l’autenticità del Made in Italy in una visione di moda etica e contemporanea?
Anche se l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri paesi sulla sostenibilità, grazie alle mani esperte dei nostri artigiani e al loro savoir-faire, possiamo realizzare capi che si adattano perfettamente a tutte le forme. Per noi, la sostenibilità passa anche da qui: costruire bene significa far durare, far amare, ridurre gli sprechi. Il Made in Italy non è nostalgia, ma il futuro della moda responsabile e desiderabile: riduce l’impatto ambientale della produzione lontana, permette di controllare la filiera dall’inizio alla fine e garantisce collaborazioni con aziende che rispettano il fair labour.
Parliamo di longevità: come educare i consumatori a prendersi cura dei propri capi e a considerarli compagni di vita, non oggetti usa e getta?
Un capo è come una relazione oggi. Non è un date veloce, né un flirt usa e getta. È un matrimonio… o almeno un date con promesse serie. Se lo tratti bene, ti accompagna a lungo, ti capisce e si adatta a te.
La vera moda sostenibile funziona così: capi che restano, che crescono con te, che puoi riparare, reinterpretare, tramandare, innamorandosi più e più volte dello stesso capo.
In che modo collaborare solo con partner che condividono i vostri valori ha influenzato la crescita del brand?
I nostri partner sono come amici. La base fondamentale di ogni collaborazione è condividere gli stessi valori. Lavorare con chi crede nelle stesse cose ci ha fatto crescere in modo autentico e umano.
Ogni partner è parte della nostra storia, non solo per quello che produce, ma per ciò in cui crede. Non cerchiamo la filiera perfetta, vogliamo una filiera sincera. Crescere insieme richiede tempo, ma costruisce fiducia e rispetto. È una rete piccola, ma forte e questa forza si riflette nella qualità dei nostri capi e nella sincerità del nostro messaggio.
Qual è, secondo voi, il prossimo passo per rendere la moda indipendente dalle logiche del consumo veloce?
Per noi i prossimi passi sono due:
Rendere la sostenibilità pop: Basta con la “moda etica” per pochi: deve diventare normale. Quando il bello sarà anche sostenibile, la moda avrà davvero fatto pace con il futuro.
Rivalutare il tempo: Desiderare, aspettare, scegliere. Possedere meno ma meglio. Se la moda rallenta, anche noi impariamo a goderci quello che abbiamo. Non è solo produzione: è cultura, è stile di vita.
Se doveste riassumere la vostra missione in una frase, quale sarebbe?
Ognuno di noi può essere più cose.
Superficiale e consapevole. Glamour e sostenibile.
Non serve scegliere: si può avere tutto.
(intervista raccolta da Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life)
