In un tempo in cui la perfezione industriale domina l’estetica e la serialità appiattisce le storie, c’è chi sceglie di ascoltare la voce irregolare della materia, di accogliere l’imperfezione come valore e di trasformare lo scarto in racconto. I gioielli di Ebbijoux nascono così: da un dialogo intimo con il rame, con le pietre naturali, con il tempo e con il gesto artigiano. Oggetti narrativi prima ancora che ornamenti, capaci di custodire tracce di processo, di trasformazione e di identità. In questa intervista, la designer ci accompagna nel suo percorso autodidatta, tra sensibilità musicale, radici emiliane e una visione sostenibile che non ha bisogno di proclami, ma si afferma nel silenzio delle scelte consapevoli.
Gaiazoe ha intervistato Evelyn Acerni la founder del brand torinese:
Un percorso autodidatta tra istinto, materia e narrazione
Mi racconti la tua storia? Come sei arrivata a creare i tuoi gioielli?
Il mio percorso non nasce da una formazione accademica, ma da una pratica autodidatta e da una ricerca molto istintiva. Ho iniziato sperimentando materiali e tecniche, attratta da ciò che era irregolare, imperfetto, vivo. Nel tempo il lavoro è diventato sempre più consapevole e strutturato, fino a trasformarsi in Ebbijoux. Creo gioielli come oggetti narrativi: pezzi che portano con sé una traccia del processo, del tempo e della mano che li ha realizzati.
Il rame è un materiale antico e profondamente simbolico. Perché hai scelto proprio il rame e che dialogo instaura con il riuso e la trasformazione? Perché non l’argento?
Il rame è un materiale vivo, reattivo, mai statico. Cambia, si ossida, racconta il tempo che passa. È questo che mi interessa: la trasformazione come valore, non come difetto.
L’argento è più neutro, più “perfetto”, ma anche più distante dal tipo di narrazione che cerco. Il rame accoglie l’imperfezione, dialoga bene con il riuso e con l’idea di materia che continua a evolvere. È un materiale antico, ma incredibilmente attuale. Adoro il suo mutare nel tempo, la sua luce ma anche la sua opacità.
Come selezioni le pietre e che attenzione dedichi alla loro provenienza e tracciabilità?
Scelgo le pietre una a una, privilegiando forme naturali, inclusioni, irregolarità. Non cerco la gemma perfetta, ma quella che ha una storia visiva da raccontare.
Mi affido a fornitori con cui ho un rapporto diretto e consolidato, che lavorano in modo trasparente. Quando possibile, prediligo filiere corte e materiali non trattati. La tracciabilità totale non è sempre semplice nel settore, ma l’attenzione e la responsabilità sono costanti.
Quando lo scarto diventa centro: recupero, riuso, trasformazione
Utilizzate materiali recuperati o rimanenze di lavorazioni precedenti? Come trasformate lo “scarto” in valore?
Sì, il recupero fa parte del mio processo. Il rame avanzato o le rimanenze vengono spesso riutilizzati e trasformati. Lo “scarto” diventa una risorsa creativa: cambia forma, funzione, significato.
Questo approccio non è solo pratico, ma anche simbolico: ciò che rimane, ciò che è irregolare, può diventare centrale e prezioso.
Quali sono i criteri che guidano Ebbijoux nelle decisioni legate a fornitori, lavorazioni e produzione?
Produzione lenta, controllo diretto di ogni fase e coerenza con i valori del brand. Lavoro da sola nel mio laboratorio, senza esternalizzare la produzione. Questo mi permette di limitare sprechi, evitare sovrapproduzione e mantenere un rapporto onesto con i materiali. Preferisco fare meno, ma farlo bene.






Indossare valori, non solo gioielli
Pensi che indossare un gioiello in rame e pietre naturali possa diventare una dichiarazione di valori?
Sì, in un modo che mi piace definire “silenzioso”. Non è una dichiarazione urlata o ideologica è una scelta che parla di attenzione, di tempo, di rifiuto dell’omologazione. Chi sceglie questi gioielli spesso cerca qualcosa che abbia un senso, non solo un’estetica.
Torino: quanto il territorio e la sua storia influenzano la tua visione creativa e sostenibile?
Sono nata a Parma e sono molto legata alle mie radici emiliane. La mia creatività nasce da lì: da una cultura viva, concreta, sensibile alla materia ma anche all’espressione.
Torino è una città che ammiro per eleganza e rigore, ma non è il luogo da cui proviene la mia energia creativa. Quella viene dall’Emilia e anche dal mio percorso personale, che include studi musicali in conservatorio.
La musica ha influenzato profondamente il mio modo di lavorare: ritmo, pause, stratificazione, ascolto del processo. Tutti elementi che ritornano anche nei miei gioielli. Il mio approccio sostenibile e artigianale nasce più da questa sensibilità che da un contesto urbano specifico.
Quanto conta per te l’unicità come risposta alla produzione seriale?
È centrale. Ogni pezzo è unico perché nasce da materiali e processi che non possono essere replicati identicamente. L’unicità è una risposta naturale alla produzione seriale: restituisce valore al tempo, alla mano, alla differenza. E rende ogni gioiello un oggetto irripetibile, come chi lo indossa.
Autrice dell’intervista: Viviana Musumeci, fondatrice di Gaiazoe.life, blozgine dedicato al lifestyle sostenibile e al benessere psicofisico.
