Arrivata ai miei primi 45 anni, un giorno mi sono svegliata e guardando una vecchia foto di mia madre ho avuto come un piccolo shock: eravamo uguali. Non solo nei lineamenti. Era qualcosa di più sottile, più profondo. Forse perché l’immagine che porto dentro di lei è legata soprattutto a quando aveva tra i 45 e i 55 anni. È come se quei ricordi, rimasti silenziosi a lungo nell’inconscio, avessero lavorato nel tempo fino a raggiungermi. Fino a farmi incarnare, senza accorgermene, anche il suo modo di essere donna. Questo fenomeno coinvolge anche i genitori.
Questo succede anche agli uomini. Se avete un compagno che a volte dice frasi o usa toni che vi sembrano stranamente familiari, soprattutto se lo conoscete da molto tempo, forse vi è capitato di riconoscere la voce dei suoi genitori. Perché non ereditiamo solo il colore degli occhi o dei capelli. Ereditiamo una vera e propria mappa interiore fatta di credenze, di reazioni automatiche, di paure, di frasi ascoltate mille volte. Ereditiamo una “cultura emotiva” che si costruisce fuori casa, certo, ma soprattutto dentro le mura di ciò che chiamiamo famiglia.
La relazione con i genitori influenza profondamente le nostre vite e le nostre scelte.
Cielo, sono mia madre (o padre), e i genitori influenzano chi siamo!
Ci sono frasi che tornano come un’eco, convinzioni che pensiamo non ci appartengano e che invece, un giorno, ci sorprendiamo a ripetere. “Leggi” che nessuno ha mai davvero scritto, ma che abbiamo respirato fin da piccoli, come se fossero verità assolute. E poi arriva quel momento in cui ti svegli e capisci che quella regola non sta da nessuna parte… se non dentro di te.
Dal punto di vista scientifico, il nostro cervello è un incredibile archivio di esperienze. I neuroni apprendono attraverso la ripetizione, le emozioni, l’intensità dei vissuti. Le esperienze che viviamo, soprattutto nei primi anni di vita, modellano le nostre connessioni neuronali. Dal punto di vista spirituale, potremmo dire che ogni emozione lascia un’impronta nel campo sottile della nostra coscienza. Corpo e anima, in questo, lavorano insieme.
Siamo, in parte, esseri “telecomandati” da ciò che abbiamo depositato nei nostri neuroni. Il vero lavoro interiore comincia quando abbiamo il coraggio di mettere le mani dentro quel vaso di Pandora e iniziare a chiederci:
questo schema mi rappresenta davvero? Oppure è solo qualcosa che ho ereditato?
questo schema mi rappresenta davvero? Oppure è solo qualcosa che ho ereditato?
Si può sempre scegliere di sciogliere un legame culturale, soprattutto quando è tossico. Non per rinnegare, ma per trasformare.
I genitori figli della Guerra
Chi, come me, oggi ha intorno ai 50 anni, è figlio di persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente la guerra. La guerra non è solo un fatto storico: è un trauma sistemico. Entra nei corpi, nei geni, nei silenzi. Fame, paura, lutti, adattamento forzato per sopravvivere. Tutto questo ha attivato per anni neurotrasmettitori come cortisolo e adrenalina, gli ormoni dello stress e della difesa. Ormoni che non restano confinati a una sola persona, ma che, in gravidanza, attraversano anche il corpo del feto.
Avete mai pensato a quanta adrenalina e quanto cortisolo avrà prodotto mia nonna tra il 1940 e il 1941, con mio padre nel suo grembo? Pensate davvero che quelle sostanze non siano arrivate anche al suo cervello? Le emozioni sono informazioni chimiche, elettriche, vibrazionali. E quelle informazioni costruiscono il nostro modo di stare nel mondo.
Infatti mio padre, fino all’ultimo, si è sempre comportato come un uomo che non poteva fidarsi di nessuno, come se fosse perennemente in lotta con il mondo, anaffettivo e narcisista, oltre che manipolatore.
L’ho perdonato? Sì.
L’ho dimenticato? No.
L’ho perdonato? Sì.
L’ho dimenticato? No.
Perché se non avessi riconosciuto e compreso — non giustificato, ma compreso — quel suo assetto interiore, avrei rischiato di adottarlo anche io. E di trasmetterlo, inconsapevolmente, a mia figlia. Ripetendo lo stesso dolore.
Ed è qui che arriva il senso profondo di questa frase forte:
“Uccidete” senza sensi di colpa l’immagine dei vostri genitori.
Uccidetela nel senso simbolico: lasciate morire l’idealizzazione, il mito, la narrazione assoluta. Ringraziateli per quello che vi hanno dato — perché, nel bene e nel male, siete anche il frutto del loro viaggio. Ma abbiate il coraggio di vedere anche le loro ferite. Perché ciò che non viene visto, si ripete. Ciò che viene visto, può essere trasformato.
E se appartenete a quella categoria di persone che pensa di avere genitori perfetti, straordinari, senza difetti, idilliaci…
Forse è proprio lì che vale la pena accendere un piccolo campanello d’allarme.
(a cura di Viviana Musumeci, founder di Gaiazoe.life)