Il design è morto? Oppure è il sistema ad aver smesso di ascoltare il design?
La provocazione lanciata da Matteo Thun in un’intervista ad AD Italia — quella di non prendere parte al Salone del Mobile perché “il design è morto” — ha inevitabilmente acceso un dibattito nel mondo del design contemporaneo e del design sostenibile. E forse il punto non è nemmeno stabilire se abbia ragione o torto. La vera domanda, centrale anche nel dibattito su cultura del progetto e sostenibilità, è: quanto c’è di reale in questa provocazione?
Da osservatrice esterna ma profondamente immersa nei linguaggi del progetto e della comunicazione della moda e del design, questa riflessione mi accompagna da tempo. Come giornalista e docente, insegno materie affini al design e alla comunicazione della moda, e ogni anno, durante visite a mostre, installazioni o agli eventi del Fuorisalone di Milano, mi ritrovo a chiedere ai miei studenti: “Ma è davvero necessario tutto questo?”
La risposta, spesso, gli addetti ai lavori la conoscono già.
Design, moda e sistema produttivo: una crisi di senso
Il design contemporaneo sembra intrappolato in una spirale produttiva che ha poco a che vedere con il senso originario del progettare. Nuove collezioni, nuovi oggetti, nuove capsule, nuovi lanci: tutto deve essere continuamente sostituito, superato, consumato.
E il paradosso è che gli oggetti di design vengono ancora celebrati come i grandi protagonisti della creatività contemporanea, mentre si dimentica che il design permea ogni ambito della nostra vita — compresa la moda, dove questa dinamica è ancora più evidente nel sistema del fast consumption e produzione accelerata.
Perché anche la moda, oggi, vive schiacciata dalla stessa ossessione: produrre, produrre, produrre. E soprattutto vendere, vendere, vendere.
Il problema non è il design, ma il sistema
Ma forse il problema non è il design.
E non è nemmeno la moda.
Il problema è il sistema capitalistico iperaccelerato in cui viviamo, un meccanismo che trasforma qualsiasi forma creativa in una macchina di consumo continuo. Un sistema che cannibalizza le proprie idee fino a svuotarle di significato, anche nel settore del design sostenibile e della creatività responsabile.
In fondo lo aveva già raccontato Naomi Klein: il sistema finisce per divorare se stesso.
La vera crisi: il tempo del pensiero
E allora forse la provocazione di Matteo Thun non parla davvero della morte del design. Parla della morte del tempo necessario per pensare. Della perdita del silenzio progettuale. Della difficoltà di creare qualcosa che abbia davvero bisogno di esistere.
In una prospettiva di giornalismo culturale e lifestyle sostenibile, il punto diventa centrale: il design non è solo produzione estetica, ma anche responsabilità, etica e visione del futuro.
Perché oggi la domanda più radicale che un designer — o chiunque lavori nella creatività — possa porsi non è “cosa posso creare?”, ma: “serve davvero creare altro?”
Forse il design non è morto.
Forse sta solo cercando di sopravvivere al mercato che lo ha trasformato in spettacolo.
(a cura di Viviana Musumeci, editor e founder di Gaiazoe.life)


