La FOMO — Fear of Missing Out — non è più soltanto una dinamica legata alla presenza fisica. Non riguarda più solo l’essere “dentro” o “fuori” da un evento esclusivo, ma si è definitivamente trasferita anche nello spazio digitale, dove l’accesso è simultaneo, diffuso, eppure ancora profondamente gerarchico. L’ultimo Met Gala ne è stato la dimostrazione più evidente.
Quello che un tempo era il tempio sacro dell’élite culturale e creativa della moda, orchestrato da Anna Wintour, sembra oggi aver subito una trasformazione simbolica. Gli invitati alla corte della nuova regina — Lauren Sánchez — sono apparsi più come sudditi che come protagonisti. Figure accorse non tanto per celebrare la moda, quanto per orbitare attorno a un nuovo centro di potere: quello economico, mediatico e tecnologico incarnato da Jeff Bezos.
Da tempo circolano voci nei corridoi dell’editoria americana: il desiderio, più o meno esplicito, di avvicinarsi al mondo Vogue, forse persino di acquisirne una forma di controllo. Che siano solo rumours o segnali di un cambiamento più profondo, poco importa. Il punto è che la percezione del potere si sta spostando — e con essa anche il senso stesso di legittimità culturale.
In questo scenario, la figura di Wintour è apparsa, per la prima volta, ridimensionata. Non più padrona indiscussa di casa, ma presenza incerta, quasi sospesa tra un possibile passaggio di consegne e un ultimo tentativo di mantenere il controllo. Un’immagine che segna una frattura simbolica importante.
La sconfitta è multipla.
È la sconfitta delle celebrities, sempre più intrappolate in un sistema di convenienze. Tra contratti con piattaforme come Amazon Prime Video e copertine patinate, il margine di autonomia si riduce. Meglio non esporsi, meglio compiacere. Anche perché mantenere uno stile di vita costruito su eccesso e visibilità — ville, jet, apparizioni — richiede stabilità nei rapporti di potere.
È la sconfitta dell’evento stesso. Un tempo accessibile solo su invito, oggi contaminato da logiche di accesso economico. Quando la partecipazione si può comprare, il simbolo perde valore. L’esclusività si svuota e diventa performance.
È la sconfitta politica e culturale. Il rifiuto del sindaco di New York, Zohran Mamdani, non è stato solo un gesto istituzionale, ma una presa di posizione simbolica. Fuori dal red carpet, infatti, prendeva forma un’altra narrazione: quella dei lavoratori, degli operai della moda, di chi quell’industria la rende possibile ma resta invisibile. Una proiezione pubblica ha incrinato la superficie perfetta dell’evento, riportando l’attenzione su ciò che normalmente viene escluso dal racconto.
E allora la metafora si impone quasi da sola.
“Prada veste il diavolo”, certo — o forse no. Forse oggi il diavolo non ha più bisogno di essere vestito, perché il meccanismo è diventato sistemico. Non è più una questione di singoli attori, ma di struttura. I grandi fruitori della moda, immersi in un lusso sempre più autoreferenziale, continuano a danzare su un Titanic che mostra crepe sempre più evidenti.
Nel frattempo, online, milioni di spettatori osservano, commentano, partecipano virtualmente. La FOMO si trasforma: non è più paura di non esserci, ma paura di non essere rilevanti nel flusso continuo della visibilità.
E forse è proprio qui la questione più urgente:
quando la moda smette di essere linguaggio culturale e diventa solo riflesso del potere economico, cosa resta davvero da desiderare?
(Viviana Musumeci POV)


