Dai tessuti impermeabili ai rossetti long-lasting, i PFAS sono una famiglia di composti chimici utilizzati per le loro proprietà idrorepellenti, antimacchia e filmogene. La loro persistenza nell’ambiente solleva interrogativi sulla sostenibilità dei prodotti di uso quotidiano. L’Europa ha già introdotto alcune restrizioni e sta valutando interventi più ampi: ecco che cosa sappiamo, quali sono i rischi e come sta cambiando il settore.
Ci sono sostanze che entrano nella nostra vita senza che ce ne accorgiamo. Non hanno un odore riconoscibile, non modificano necessariamente l’aspetto di un prodotto e raramente attirano la nostra attenzione quando facciamo acquisti. Eppure possono essere presenti nei vestiti che indossiamo, nei cosmetici che utilizziamo e in numerosi oggetti che scegliamo per la loro praticità. I PFAS appartengono a questa categoria: una vasta famiglia di composti chimici di sintesi che, grazie alle loro proprietà, hanno trovato applicazione in numerosi settori industriali. La capacità di respingere l’acqua e i grassi, resistere al calore e mantenere determinate caratteristiche anche in condizioni difficili li ha resi particolarmente interessanti per l’industria tessile e cosmetica. Ma le stesse proprietà che ne hanno favorito la diffusione sono oggi al centro di una crescente preoccupazione ambientale: molti di questi composti si degradano molto lentamente e possono persistere nell’ambiente per tempi estremamente lunghi.
Il problema riguarda anche due settori apparentemente lontani, ma accomunati dalla ricerca di prestazioni sempre più elevate. Nella moda, i PFAS sono stati utilizzati per ottenere tessuti idrorepellenti e trattamenti antimacchia; nella cosmetica, alcuni composti fluorurati sono stati impiegati per modificare la consistenza delle formulazioni, migliorare la stesura o contribuire alla resistenza del prodotto. Questo non significa che tutti i capi impermeabili o tutti i cosmetici contengano PFAS, né che ogni sostanza appartenente a questa famiglia presenti lo stesso profilo di rischio. Significa, piuttosto, che è necessario interrogarsi sull’utilità di determinati trattamenti, sulla loro sicurezza e sulle conseguenze ambientali che possono accompagnare un prodotto ben oltre il momento dell’acquisto.
Che cosa sono i PFAS e perché vengono chiamati «forever chemicals»
PFAS è l’acronimo inglese di per- and polyfluoroalkyl substances, ovvero sostanze per- e polifluoroalchiliche. Non si tratta di un singolo composto, ma di una famiglia molto ampia, che comprende migliaia di sostanze con strutture chimiche, proprietà e profili tossicologici differenti. Molte sono caratterizzate dalla presenza di legami carbonio-fluoro particolarmente resistenti, una caratteristica che contribuisce alla loro stabilità chimica e, in numerosi casi, alla difficoltà di degradazione nell’ambiente. È proprio questa persistenza ad aver fatto guadagnare ai PFAS il soprannome di forever chemicals, letteralmente «sostanze chimiche eterne».
Una volta rilasciati nell’ambiente, alcuni PFAS possono rimanere a lungo nel suolo e nell’acqua, raggiungere le falde acquifere e diffondersi attraverso diversi comparti ambientali. A seconda della struttura chimica, possono inoltre accumularsi negli organismi viventi o trasferirsi lungo la catena alimentare. La loro presenza è stata rilevata in numerosi contesti, dalle acque superficiali e sotterranee ai sedimenti, fino agli organismi esposti alla contaminazione. Le fonti sono molteplici e comprendono attività industriali, utilizzi professionali e di consumo, scarichi e gestione dei rifiuti contenenti queste sostanze. Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), l’esposizione umana può avvenire attraverso diverse vie, tra cui l’alimentazione e l’ambiente. Le conseguenze dipendono dalla sostanza specifica e dall’entità dell’esposizione, perciò è importante evitare di trattare tutti i PFAS come se fossero chimicamente e tossicologicamente equivalenti.
Tra i composti maggiormente studiati figurano il PFOA, o acido perfluorottanoico, il PFOS, o acido perfluorottansolfonico, il PFHxA, o acido perfluoroesanoico, e il PFHxS. Queste sostanze sono state oggetto di particolare attenzione per la loro persistenza e per gli effetti avversi associati ad alcuni di questi composti. Le evidenze scientifiche hanno collegato determinate esposizioni a effetti sulla risposta immunitaria, sul metabolismo lipidico e sulla funzione epatica; per alcune sostanze sono stati inoltre documentati effetti sulla riproduzione e sullo sviluppo, nonché associazioni con specifiche forme tumorali. Le evidenze non sono identiche per tutti i PFAS e non possono essere trasferite automaticamente da un composto all’intera famiglia. Tuttavia, la diffusione ambientale, la persistenza e le lacune conoscitive su numerose sostanze rendono necessario un approccio precauzionale, soprattutto quando esistono alternative tecnicamente valide.
PFAS nella moda: l’impermeabilità ha un costo ambientale?
Nella moda, i PFAS sono stati utilizzati soprattutto per ottenere prestazioni funzionali che oggi consideriamo quasi scontate. Una giacca deve proteggere dalla pioggia, un pantalone tecnico può dover resistere all’acqua e allo sporco, mentre alcuni tessuti destinati all’arredamento sono trattati per limitare la penetrazione dei liquidi. Per rispondere a queste esigenze, l’industria ha sviluppato nel tempo diverse tecnologie, comprese quelle basate su composti fluorurati. Il loro impiego ha interessato soprattutto alcuni tessuti tecnici, l’abbigliamento outdoor e i materiali sottoposti a trattamenti idrorepellenti o antimacchia, oltre ad alcune applicazioni nei rivestimenti e nella lavorazione dei materiali.
Il problema non si esaurisce, però, nel momento in cui il capo esce dalla fabbrica. Durante la produzione, emissioni e scarichi possono contribuire alla contaminazione ambientale se i processi non sono adeguatamente controllati. Durante l’utilizzo, l’usura e il deterioramento dei trattamenti possono favorire il rilascio di alcune sostanze o dei prodotti della loro trasformazione; anche il lavaggio può rappresentare una possibile via di dispersione, a seconda del composto e delle caratteristiche del materiale. Infine, quando un tessuto viene smaltito o avviato al riciclo, la presenza di sostanze persistenti può complicare la gestione del fine vita. Non tutti i capi rilasciano PFAS nelle stesse quantità e non tutte le applicazioni comportano il medesimo rischio, ma l’intero ciclo di vita deve essere considerato per comprendere l’impatto reale di queste tecnologie.
La questione è particolarmente rilevante per l’economia circolare. Riutilizzare e riciclare i materiali è essenziale per ridurre il consumo di risorse, ma la circolarità non può limitarsi a mantenere un prodotto in uso più a lungo: deve anche considerare la sua composizione chimica e la possibilità che sostanze problematiche continuino a circolare nella filiera. Se un materiale contiene composti persistenti, il suo reinserimento in un nuovo ciclo produttivo richiede informazioni adeguate e processi compatibili con la sicurezza del prodotto finale. La sostenibilità, quindi, non dipende soltanto dalla quantità di materiale recuperato, ma anche dalla qualità delle risorse che vengono rimesse in circolo.
La moda può fare a meno dei PFAS?
In molte applicazioni destinate ai consumatori esistono alternative non fluorurate, anche se la scelta dipende dalle prestazioni richieste e dalle condizioni di utilizzo. Per ottenere una certa resistenza all’acqua si possono utilizzare trattamenti alternativi, modificare la struttura dei tessuti o intervenire sulla progettazione del materiale. Una giacca destinata a un uso quotidiano, per esempio, non ha necessariamente le stesse esigenze di un indumento tecnico progettato per affrontare condizioni meteorologiche estreme. La sostituzione deve quindi tenere conto dell’efficacia del trattamento, della durata del capo e dell’impatto ambientale complessivo, evitando di considerare automaticamente sostenibile qualsiasi alternativa.
Un trattamento può risultare meno persistente nell’ambiente, ma deve essere valutato anche in termini di consumo di risorse, frequenza dei lavaggi, durata delle prestazioni e necessità di riapplicazione. Sostituire una sostanza con un’altra senza valutarne adeguatamente le caratteristiche rischia di trasferire il problema anziché risolverlo. Per questo l’innovazione dovrebbe puntare non soltanto a eliminare determinati composti, ma a ripensare il prodotto nel suo insieme, dalla scelta delle fibre ai trattamenti, dalla manutenzione alla gestione del fine vita. Per un settore che vuole ridurre il proprio impatto ambientale, la sfida è sviluppare materiali performanti senza affidarsi a sostanze persistenti quando non sono realmente necessarie.
PFAS nei cosmetici: dal rossetto al mascara
Se l’impiego dei PFAS nei tessuti tecnici è relativamente intuitivo, la loro possibile presenza nei cosmetici è meno conosciuta. Alcuni composti di questa famiglia sono stati utilizzati in prodotti per il trucco e per la cura personale, tra cui rossetti, ombretti, fondotinta, smalti e prodotti per la pelle. Le funzioni possono variare in base all’ingrediente e alla formulazione: alcuni composti possono contribuire alla consistenza, alla scorrevolezza, alla formazione di un film superficiale o a determinate caratteristiche di resistenza. Non tutti i cosmetici appartenenti a queste categorie contengono PFAS e la presenza di un ingrediente deve essere valutata caso per caso, considerando il prodotto specifico e le modalità d’impiego.
Per orientarsi, è utile conoscere la nomenclatura INCI, cioè l’elenco degli ingredienti riportato sulla confezione. Tra i nomi che possono essere rilevanti figurano PTFE, perfluorononyl dimethicone, methyl perfluorobutyl ether, methyl perfluoroisobutyl ether, perfluorohexylethyl triethoxysilane e trifluoroacetyl tripeptide-2. Si tratta di esempi di ingredienti fluorurati documentati dalla Food and Drug Administration statunitense, che ha esaminato l’impiego dei PFAS nei cosmetici. L’elenco non è esaustivo e la presenza di uno di questi nomi non costituisce, da sola, una valutazione completa del rischio: per comprendere la sicurezza di un ingrediente occorre considerare la sostanza specifica, la concentrazione, la formulazione e l’esposizione prevista.
C’è inoltre una distinzione importante tra ingredienti aggiunti intenzionalmente e contaminazioni involontarie. Un cosmetico può contenere una sostanza fluorurata perché inserita deliberatamente nella formulazione, oppure può presentare tracce derivanti dalle materie prime o dai processi produttivi. Per questo l’assenza di determinati nomi nell’elenco INCI non dimostra necessariamente che un prodotto sia completamente privo di ogni PFAS. La lettura dell’etichetta è un primo strumento di orientamento, ma non sostituisce la trasparenza del produttore, la documentazione sulla composizione e i controlli analitici quando necessari.
Il problema non riguarda soltanto la pelle
Quando si parla di cosmetici, l’attenzione si concentra spesso sulla sicurezza per chi li utilizza. Esiste, però, anche una dimensione ambientale che riguarda il destino degli ingredienti dopo l’applicazione. I cosmetici vengono rimossi attraverso il lavaggio e la detersione e, a seconda della sostanza, una parte dei loro componenti può raggiungere le acque reflue. Gli impianti di trattamento non sono in grado di eliminare efficacemente ogni composto chimico: alcuni PFAS possono rimanere nell’acqua o trasferirsi nei fanghi di depurazione, mentre il comportamento degli altri dipende dalle loro caratteristiche e dal processo utilizzato. La presenza di sostanze persistenti pone quindi interrogativi che vanno oltre il singolo prodotto e coinvolgono la formulazione, la produzione, l’utilizzo e la dispersione ambientale.
Per un settore che comunica sempre più spesso attraverso concetti come clean beauty, naturalità e sostenibilità, la gestione delle sostanze chimiche persistenti rappresenta una sfida concreta. Una formulazione non dovrebbe essere valutata soltanto in base alla sensazione che lascia sulla pelle o alla durata del risultato estetico, ma anche attraverso informazioni affidabili sulla composizione, sulla sicurezza e sul suo impatto lungo il ciclo di vita. È importante, tuttavia, non confondere il termine clean beauty, che non identifica di per sé una certificazione scientifica univoca, con una garanzia di assenza di PFAS o di altri ingredienti problematici.
Quali sono i rischi per la salute?
La presenza di PFAS in un prodotto non significa automaticamente che il suo utilizzo provochi un danno alla salute. La valutazione del rischio richiede di considerare la sostanza specifica, la concentrazione, la quantità assorbita, la frequenza e la durata dell’esposizione, oltre alle caratteristiche delle persone esposte. Per alcuni PFAS, gli studi epidemiologici e tossicologici hanno evidenziato associazioni con effetti avversi, tra cui alterazioni della risposta immunitaria, del metabolismo lipidico e della funzione epatica; per determinate sostanze sono stati inoltre documentati effetti sulla riproduzione e sullo sviluppo e associazioni con specifici tumori. Questi risultati, però, non possono essere applicati indistintamente a ogni composto della famiglia né permettono di concludere che un singolo capo d’abbigliamento o cosmetico determini necessariamente un rischio significativo.
È altrettanto importante distinguere l’esposizione complessiva ai PFAS, che può derivare da acqua, alimenti e ambiente, da quella attribuibile a uno specifico prodotto. Nel caso dei cosmetici, le informazioni disponibili sulla sicurezza di alcuni ingredienti fluorurati presentano ancora lacune, tra cui dati limitati sull’assorbimento cutaneo e sulla tossicità di determinate sostanze. La FDA statunitense ha evidenziato queste incertezze nelle proprie analisi. La mancanza di dati completi non dimostra che tutti i prodotti contenenti PFAS siano pericolosi, ma sottolinea l’importanza di approfondire la valutazione delle singole sostanze e di ridurre le esposizioni evitabili quando esistono alternative adeguate.
Dal punto di vista ambientale, la prevenzione assume un significato particolare perché la persistenza di molti PFAS rende difficile rimediare a una contaminazione una volta che si è verificata. Ridurre le emissioni alla fonte, migliorare la conoscenza delle sostanze utilizzate e sviluppare alternative più sicure sono quindi strategie fondamentali, senza alimentare allarmismi ingiustificati nei confronti dei singoli prodotti.
L’Europa accelera: che cosa prevede la normativa nel 2026?
Il quadro normativo europeo sta evolvendo attraverso restrizioni specifiche già adottate e proposte più ampie ancora in valutazione. È importante distinguere i due livelli, perché non esiste un divieto generale già applicabile a tutti i PFAS e a ogni tipologia di prodotto. Le misure attualmente in vigore riguardano sostanze e applicazioni determinate, con soglie, deroghe e calendari di applicazione che devono essere verificati sulla base dei testi normativi.
La restrizione sul PFHxA
Un passaggio importante è rappresentato dal Regolamento (UE) 2024/2462, adottato il 19 settembre 2024 nell’ambito del regolamento REACH. La misura riguarda il PFHxA, i suoi sali e le sostanze correlate, tenendo conto della loro persistenza e mobilità nell’ambiente e dei rischi associati a determinati impieghi. Il regolamento introduce restrizioni con soglie e date differenziate per diverse categorie di prodotto.
Dal 10 ottobre 2026 le restrizioni interessano, alle condizioni previste dal regolamento, determinati tessili, cuoio, pellicce e pelli utilizzati nell’abbigliamento e negli accessori destinati al pubblico, le calzature destinate al pubblico, i cosmetici e alcune altre categorie di prodotti. Per le applicazioni interessate sono previste soglie specifiche, tra cui 25 parti per miliardo per la somma di PFHxA e sali e 1.000 parti per miliardo per la somma delle sostanze correlate, secondo le modalità di misurazione stabilite dalla norma. Per altre categorie di prodotti tessili destinati al pubblico sono previste ulteriori restrizioni dal 10 ottobre 2027. Il regolamento contempla inoltre condizioni ed eccezioni specifiche, per cui è necessario verificare l’effettivo campo di applicazione prima di trarre conclusioni sulla conformità di un prodotto.
Questa misura è particolarmente significativa perché riguarda sia la moda sia la cosmetica, ma non equivale a un divieto indiscriminato dell’intera famiglia dei PFAS. La restrizione interessa il PFHxA e le sostanze correlate nelle applicazioni individuate dalla normativa, mentre altri composti possono essere soggetti a regole differenti. Per le aziende, diventa quindi fondamentale conoscere la composizione dei materiali e degli ingredienti utilizzati e verificare la conformità alle disposizioni applicabili.
La proposta europea per una restrizione più ampia
Accanto alle restrizioni specifiche, è in corso un processo europeo che punta ad affrontare il problema dei PFAS in modo più esteso. Nel 2023 cinque autorità nazionali hanno presentato una proposta di restrizione nell’ambito del regolamento REACH, con l’obiettivo di limitare l’impiego di un’ampia gamma di queste sostanze. La proposta richiede una valutazione complessa perché i PFAS sono utilizzati in numerosi settori, con funzioni tecniche e possibilità di sostituzione molto differenti.
La valutazione coinvolge l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), chiamata a esaminare gli aspetti scientifici, ambientali, sanitari e socioeconomici della misura. L’obiettivo è evitare che la restrizione di un composto venga seguita dalla sua sostituzione con una sostanza altrettanto persistente e potenzialmente problematica. Al 25 ottobre 2026, il processo deve essere distinto da un divieto generale già entrato in vigore: le eventuali nuove restrizioni dipenderanno dall’esito delle valutazioni scientifiche e dalle successive decisioni delle istituzioni europee.
La Francia introduce restrizioni nazionali
Anche a livello nazionale si stanno sviluppando iniziative più incisive. La Francia ha adottato nel 2025 una legge che introduce restrizioni sui PFAS in diverse categorie di prodotti, tra cui cosmetici, alcuni tessili destinati all’abbigliamento e determinati prodotti per lo sci, con applicazione dal 1° gennaio 2026 secondo il calendario e l’ambito previsti dalla normativa francese. Queste misure mostrano come la questione stia diventando un tema di politica industriale e di tutela ambientale, oltre che di regolamentazione chimica. Per i marchi che operano in diversi Paesi, monitorare le disposizioni nazionali e quelle europee è ormai parte integrante della gestione della filiera.
Quanto costa alla società l’inquinamento da PFAS?
L’impatto dei PFAS non si misura soltanto attraverso le concentrazioni rilevate nell’ambiente o gli effetti sulla salute, ma anche attraverso i costi necessari per contenere la contaminazione. Nel gennaio 2026 la Commissione europea ha diffuso i risultati di uno studio che stima in circa 440 miliardi di euro il costo potenziale dell’inquinamento da PFAS nell’Unione europea entro il 2050, qualora i livelli di contaminazione attuali proseguissero senza misure di contenimento adeguate. Secondo lo stesso studio, intervenire sulle emissioni alla fonte entro il 2040 potrebbe consentire di risparmiare circa 110 miliardi di euro, mentre la sola gestione delle acque già contaminate potrebbe comportare costi superiori a mille miliardi di euro. Si tratta di stime modellistiche, non di spese già sostenute né di previsioni certe, ma la loro dimensione mostra quanto possa diventare oneroso intervenire quando la contaminazione si è già diffusa.
I costi riguardano la bonifica dell’acqua e del suolo, il monitoraggio ambientale e le possibili conseguenze sanitarie. Una parte dell’impatto economico può quindi ricadere sulla collettività, anche quando i benefici derivanti dall’utilizzo delle sostanze sono stati ottenuti da singoli settori industriali. La questione è anche economica: quanto conviene utilizzare una sostanza che migliora una prestazione nel breve periodo se la sua persistenza può generare costi ambientali e sanitari per decenni? La risposta richiede valutazioni specifiche, ma evidenzia l’importanza di considerare l’intero ciclo di vita dei prodotti e di prevenire le emissioni evitabili.
Moda sostenibile e beauty responsabile: che cosa possono fare le aziende?
Per le imprese, la transizione richiede più di una dichiarazione d’intenti. Nel settore della moda, il primo passo consiste nel verificare la composizione chimica dei materiali, chiedere ai fornitori informazioni documentate sui trattamenti utilizzati e individuare le applicazioni in cui i PFAS possono essere sostituiti senza compromettere le prestazioni essenziali. Nel beauty, il lavoro riguarda la revisione delle formulazioni, la valutazione delle alternative e il rafforzamento dei controlli sulle materie prime, con particolare attenzione alle sostanze persistenti e alla conformità normativa.
In entrambi i settori, la trasparenza della filiera è fondamentale. Conoscere la composizione dei materiali e degli ingredienti permette di individuare le sostanze problematiche, valutarne la necessità e pianificare eventuali sostituzioni. Queste ultime devono essere accompagnate da un’analisi del profilo ambientale e di sicurezza delle alternative, evitando che una sostanza venga sostituita con un’altra dalle caratteristiche analoghe. Anche la progettazione può svolgere un ruolo decisivo: intervenire nelle prime fasi dello sviluppo di un prodotto consente di valutare i materiali e i trattamenti prima che entrino stabilmente nei processi produttivi.
Un altro aspetto riguarda la comunicazione ambientale. Espressioni come PFAS-free, «senza sostanze persistenti» o «a basso impatto» devono essere sostenute da criteri chiari e verificabili. Dichiarare che un singolo trattamento è privo di PFAS non equivale necessariamente a garantire che l’intero prodotto sia completamente privo di qualsiasi composto appartenente alla famiglia. La credibilità delle dichiarazioni dipende dalla precisione delle informazioni fornite, dalla qualità dei controlli e dalla capacità di documentare le scelte effettuate.
Anticipare l’evoluzione normativa può inoltre ridurre i rischi legati alla sostituzione dei materiali, alla gestione delle scorte e alla necessità di modificare rapidamente i processi produttivi. Per le aziende della moda e della cosmetica, integrare la gestione delle sostanze chimiche nella strategia di sostenibilità significa affrontare un problema ambientale e, allo stesso tempo, rafforzare la resilienza della filiera.
E noi, come consumatori, che cosa possiamo fare?
Il singolo consumatore non può risolvere un problema che nasce in larga misura a livello industriale e regolatorio, ma può contribuire a favorire una maggiore trasparenza attraverso le proprie scelte. Quando acquistiamo un capo tecnico, possiamo verificare se il produttore dichiara l’impiego di trattamenti privi di PFAS e se fornisce informazioni documentate sui materiali e sulle prestazioni. Non tutti i capi impermeabili contengono queste sostanze e non tutte le alternative offrono risultati identici, perciò è utile valutare le esigenze reali e preferire aziende che rendono accessibili informazioni chiare sulla composizione e sulla gestione delle sostanze chimiche.
Per i cosmetici, la lettura dell’INCI può aiutare a riconoscere alcuni ingredienti fluorurati, ma non consente sempre di verificare l’assenza assoluta di ogni PFAS, soprattutto quando si tratta di eventuali contaminazioni involontarie. In caso di dubbio, è possibile chiedere informazioni direttamente al produttore sulla presenza intenzionale di queste sostanze e sui controlli effettuati sulle materie prime. La trasparenza aziendale è importante proprio perché le informazioni disponibili al consumatore sulla confezione non sempre consentono di ricostruire l’intero profilo chimico di un prodotto.
Un’altra scelta utile consiste nell’acquistare in modo più consapevole e utilizzare i prodotti più a lungo. Nella moda, la durata di un capo, la possibilità di ripararlo e la qualità dei materiali possono ridurre la necessità di sostituzioni frequenti; nel beauty, evitare acquisti superflui e utilizzare correttamente i prodotti può contribuire a limitare gli sprechi. Queste pratiche non eliminano l’eventuale presenza di PFAS, ma possono ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. La responsabilità individuale, tuttavia, non deve diventare un alibi per l’industria: sono necessari controlli efficaci, informazioni affidabili, innovazione e regole capaci di rendere disponibili alternative più sicure.
Il vero lusso è non lasciare un problema all’ambiente
La storia dei PFAS ci ricorda che una prestazione apparentemente vantaggiosa può nascondere conseguenze che emergono soltanto nel tempo. Nella moda, la resistenza all’acqua e alle macchie ha contribuito allo sviluppo di materiali tecnici; nei cosmetici, alcuni composti fluorurati sono stati utilizzati per modificare la consistenza e le caratteristiche dei prodotti. Ma la disponibilità di una tecnologia non significa che il suo impiego sia sempre necessario o che il suo costo ambientale sia accettabile. La sfida consiste nel distinguere le applicazioni realmente indispensabili da quelle per cui esistono alternative adeguate, accelerando la sostituzione nei prodotti di consumo e migliorando la gestione delle emissioni lungo tutta la filiera.
Per la moda e il beauty, questo significa ripensare il concetto stesso di innovazione: non soltanto creare prodotti più performanti, ma progettare soluzioni che considerino ciò che accade dopo l’acquisto e dopo l’utilizzo. La sostenibilità non si misura soltanto attraverso la durata di un capo, la naturalità di una formula o la riciclabilità di una confezione. Richiede di conoscere le sostanze impiegate, valutarne gli effetti e ridurre le emissioni evitabili, tenendo conto delle differenze tra i singoli composti e delle evidenze scientifiche disponibili.
Il vero progresso non consiste nel rendere un prodotto resistente a tutto, ma nel fare in modo che la sua utilità non si trasformi in un problema destinato a durare molto più a lungo di lui.
(a cura di Gaiazoe.life)


