Energia, acqua, suolo, calore, rumore. Mentre l’intelligenza artificiale sembra vivere dentro uno schermo, in Italia stanno crescendo infrastrutture gigantesche che hanno bisogno di risorse molto concrete. La Lombardia, prima Regione italiana a dotarsi di una legge specifica sui data center, prova a governare il fenomeno. Ma quanto conta davvero un Comune? E cosa possono fare i cittadini?
C’è una cosa che l’intelligenza artificiale ha reso ancora più evidente: il digitale non è affatto immateriale. Ogni volta che chiediamo qualcosa a un modello di AI, generiamo un’immagine, salviamo un file nel cloud, guardiamo un film in streaming o utilizziamo un servizio online, da qualche parte un computer deve elaborare, conservare e trasmettere quei dati. Quel computer non sta nella nuvola. Sta dentro un edificio. E quell’edificio può essere grande quanto un quartiere industriale, consumare quantità enormi di elettricità, avere bisogno di sistemi di raffreddamento sofisticati e richiedere nuove infrastrutture energetiche e di telecomunicazione. È il data center: il lato fisico della nostra vita digitale. Ed è proprio questo lato fisico che l’Italia, e soprattutto la Lombardia, dovrà imparare a governare.
La domanda che dovremmo farci non è se servono i data center
L’intelligenza artificiale non è destinata a scomparire. Al contrario.
La quantità di calcolo necessaria per alimentare i servizi digitali e soprattutto l’AI è destinata a crescere rapidamente. Secondo l’International Energy Agency, nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità nel mondo. Nello scenario di base dell’IEA, il consumo potrebbe più che raddoppiare arrivando a circa 945 TWh nel 2030. Ma c’è un particolare che rende il fenomeno ancora più interessante dal punto di vista ambientale. I data center non consumano energia in modo distribuito come milioni di automobili o abitazioni.
La concentrano.
Un grande campus di server può essere localizzato in un territorio relativamente piccolo e richiedere una quantità di energia tale da rendere necessario il potenziamento della rete elettrica. È uno dei motivi per cui la geografia dei data center sta diventando una questione politica e territoriale, non soltanto tecnologica. L’IEA sottolinea infatti che la concentrazione geografica dei data center rende più complessa la loro integrazione nelle reti elettriche e stima che, senza interventi adeguati, circa il 20% dei progetti pianificati potrebbe subire ritardi per problemi legati alla rete.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere:
“Vogliamo o non vogliamo i data center?”
Dovrebbe essere:
“Dove li costruiamo, con quale energia, con quanta acqua, occupando quale territorio e a quali condizioni per la comunità che li ospita?”
È una differenza sostanziale.
Il vero problema non è soltanto quanta energia consumano
Quando si parla dell’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale si tende a concentrarsi sull’elettricità. È comprensibile: i server devono funzionare continuamente e i sistemi di raffreddamento consumano a loro volta energia. Ma fermarsi alla bolletta elettrica significa guardare soltanto una parte della storia. Un data center è contemporaneamente un grande consumatore di: energia, acqua, spazio, infrastrutture e materiali. E produce a sua volta calore, rumore e, quando utilizza generatori di emergenza alimentati da combustibili fossili, anche emissioni atmosferiche. Il problema diventa particolarmente interessante quando si osservano questi fattori insieme. Un sistema di raffreddamento che utilizza più acqua può, in determinate condizioni, ridurre il consumo di elettricità necessario per raffreddare i server. Al contrario, un sistema che utilizza pochissima acqua può richiedere più energia. Non esiste quindi una singola classifica che stabilisca automaticamente quale sia il data center “più verde”. Bisogna guardare l’intero sistema. Anche la ricerca più recente sulla sostenibilità dei data center sta mettendo in discussione l’idea che basti utilizzare un unico indicatore di efficienza: energia, raffreddamento, acqua e recupero del calore devono essere valutati insieme.
L’acqua: il problema che l’Europa farebbe bene a non sottovalutare
C’è poi una risorsa che rischia di diventare uno dei punti più delicati: l’acqua. I server producono calore. Il calore deve essere eliminato. E alcuni sistemi di raffreddamento utilizzano acqua per farlo. Questo non significa che tutti i data center consumino enormi quantità di acqua, né che tutti utilizzino acqua potabile. Le tecnologie sono molto diverse. Esistono sistemi a circuito chiuso, sistemi ad aria, sistemi che utilizzano acque non potabili e soluzioni progettate per ridurre drasticamente il consumo idrico. Per questo, quando viene annunciato un nuovo data center, la domanda seria non è:
“Quanta acqua consumano i data center?”
Ma:
“Quanta acqua consumerà questo specifico data center, da dove proverrà e cosa succederà a quell’acqua dopo il suo utilizzo?”
È una domanda molto più utile. Ed è significativo che proprio la Lombardia abbia inserito il tema dell’acqua nella propria nuova disciplina. La legge regionale 11/2026 stabilisce infatti, tra le priorità energetico-ambientali, soluzioni di raffreddamento che escludano prelievi dal pubblico acquedotto e da determinate risorse idriche destinate all’uso potabile o irriguo, privilegiando tecnologie ad alta efficienza idrica, il riciclo delle acque grigie e l’utilizzo di risorse idriche non qualificate. (Norme Lombardia) È una scelta importante perché sposta la discussione dal generico “data center sostenibile” a una domanda misurabile: quale tecnologia utilizza e quale risorsa idrica consuma?
E poi c’è il suolo: il data center non vive soltanto nei server
Immaginiamo un grande edificio pieno di computer. Attorno, però, servono strade, parcheggi, connessioni elettriche, cabine e sottostazioni, infrastrutture per la fibra, sistemi di sicurezza e spesso grandi impianti di raffreddamento. Il problema ambientale, quindi, non è soltanto l’edificio. È l’intero sistema territoriale che lo accompagna. Per questo la Lombardia ha scelto di dare priorità all’insediamento dei data center in aree dismesse, degradate, inutilizzate, sottoutilizzate o interessate da processi di rigenerazione urbana. E qui la legge regionale introduce un meccanismo particolarmente interessante.
Se un data center viene costruito su aree diverse da quelle considerate prioritarie e consuma suolo agricolo nello stato di fatto, il contributo di costruzione viene aumentato del 100%; l’incremento arriva al 200% se l’area ricade nel perimetro di determinate aree protette regionali. Le somme devono essere destinate a misure compensative ecologiche, ambientali, energetiche e di riqualificazione urbana e territoriale. Non significa che in Lombardia sia automaticamente vietato costruire un data center su terreno libero. Significa qualcosa di più interessante: la localizzazione entra finalmente dentro il calcolo ambientale ed economico del progetto.
Il calore: perché buttarlo via?
C’è un altro aspetto quasi paradossale. Un data center ha bisogno di eliminare continuamente il calore prodotto dai server. Quel calore, però, non è necessariamente soltanto uno scarto. Se esiste un sistema di teleriscaldamento vicino, può essere possibile recuperarlo e utilizzarlo. La nuova legge lombarda considera proprio il recupero del calore una delle priorità energetico-ambientali, anche attraverso reti di teleriscaldamento, comunità energetiche e utenze pubbliche o collettive. È uno dei passaggi più interessanti dell’intera questione perché cambia la domanda. Non più soltanto:
“Quanto consuma un data center?”
Ma anche:
“Quanto di quello che produce possiamo recuperare?”
È questo il genere di domanda che dovrebbe accompagnare la transizione digitale.
I generatori diesel: la parte meno raccontata
C’è poi un elemento che spesso scompare nelle rappresentazioni patinate dei grandi campus tecnologici. Un data center non può permettersi di spegnersi. Un’interruzione dell’alimentazione può avere conseguenze enormi per i servizi che ospita. Per questo vengono normalmente predisposti sistemi di alimentazione di emergenza, compresi gruppi elettrogeni. La questione ambientale riguarda allora anche le emissioni associate a questi impianti, oltre al rumore e allo stoccaggio dei combustibili. La stessa legge lombarda richiede che nei progetti assistiti da gruppi elettrogeni di emergenza venga indicato il parametro della potenza termica nominale e collega questo dato alle procedure di verifica di assoggettabilità a VIA e di VIA previste dalla normativa ambientale. Non è un dettaglio tecnico. È il modo in cui una questione apparentemente invisibile — “serve un generatore nel caso salti la corrente” — entra finalmente nella pianificazione ambientale.
Cosa sta succedendo negli Stati Uniti?
Negli Stati Uniti la discussione è arrivata molto più rapidamente al livello dello scontro politico e sociale. Il motivo è semplice: gli Stati Uniti stanno vivendo una crescita enorme dell’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale. Secondo l’IEA, tra il 2024 e il 2030 gli Stati Uniti dovrebbero registrare l’aumento più consistente dei consumi elettrici dei data center, circa 240 TWh, pari a un incremento del 130%. E quando una tecnologia cresce così velocemente, prima o poi arriva il momento in cui le comunità locali iniziano a chiedere:
“E noi cosa ci guadagniamo? E cosa rischiamo?”
Le proteste americane riguardano acqua, energia, rumore, consumo di territorio e infrastrutture. Ma anche una questione molto concreta: chi paga il costo della nuova domanda elettrica? Non è un problema teorico.
In Pennsylvania, proprio pochi giorni fa, il governatore Josh Shapiro ha firmato un ordine esecutivo che introduce nuove regole per i data center AI, imponendo tra le altre cose maggiori requisiti ambientali e di trasparenza e togliendo questi progetti dal programma di autorizzazione “Fast Track”. È un segnale politico importante: negli Stati Uniti non si discute più soltanto di come costruire data center più velocemente. Si sta iniziando a discutere di come governarne la crescita.
Il caso Ocasio-Cortez e l’acqua marrone: cosa sappiamo davvero
Il caso più emblematico è quello della Georgia.
Nel maggio 2026 Alexandria Ocasio-Cortez ha portato davanti a un’audizione del Congresso due barattoli contenenti acqua torbida proveniente, secondo quanto riferito, da una comunità della contea di Morgan, vicino al grande campus di data center di Meta.
La deputata ha raccolto le testimonianze di residenti che denunciavano una riduzione della pressione dell’acqua e un peggioramento della qualità dell’acqua durante i lavori. Ha quindi chiesto all’EPA se intendesse indagare sul rapporto tra la costruzione dei data center e la qualità dell’acqua. L’agenzia ha risposto che avrebbe esaminato la questione. È un episodio fortemente simbolico. Ma bisogna fare attenzione a non trasformare una denuncia in una certezza scientifica. Non è stato dimostrato che il data center di Meta abbia causato la contaminazione dell’acqua. Meta ha sostenuto che uno studio indipendente sulle acque sotterranee non aveva rilevato un impatto della costruzione o dell’attività del campus e che l’impianto utilizza acqua proveniente dal sistema idrico locale, non direttamente dalle falde. Ed è proprio questa distinzione a rendere il caso interessante. La domanda giornalisticamente corretta non è: “I data center hanno contaminato l’acqua in Georgia?”
È: “Quando una comunità denuncia un possibile cambiamento nella qualità dell’acqua durante la costruzione di un’infrastruttura gigantesca, quali controlli indipendenti devono essere effettuati prima, durante e dopo i lavori?”
Questa domanda vale in Georgia come in Lombardia.
Perché in America la protesta sembra più forte che in Italia?
Non necessariamente perché i data center americani siano intrinsecamente più inquinanti. La differenza principale è nella scala del fenomeno e nella velocità con cui è esploso. Negli Stati Uniti i grandi campus AI sono diventati rapidamente infrastrutture da centinaia di megawatt, concentrate in determinate aree.
E il conflitto arriva quando la comunità si accorge che un progetto tecnologico apparentemente lontano dalla vita quotidiana incide invece su:
- rete elettrica;
- acqua;
- strade;
- rumore;
- territorio;
- bollette;
- valore e uso dei terreni.
Un recente sondaggio Gallup citato dalla stampa americana indica inoltre una crescente opposizione locale alla presenza di data center nelle comunità. In Italia siamo in una fase diversa. Ma non significa che il problema non esista. Significa che abbiamo ancora la possibilità di affrontarlo prima che la conflittualità raggiunga gli stessi livelli.
E l’Italia? La Lombardia ha appena cambiato le regole
Qui arriviamo alla parte più importante per chi vive nel Nord Italia. La Lombardia non è più priva di una disciplina specifica. Il 3 giugno 2026 è stata approvata la Legge regionale n. 11/2026, “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati”, entrata in vigore il 20 giugno. È la prima Regione italiana a dotarsi di una disciplina organica specifica per i data center. Che sia chiaro: la legge non dice semplicemente “costruiamo” o “non costruiamo”. Cerca di mettere insieme sviluppo tecnologico e tutela del territorio. Tra gli obiettivi espliciti ci sono la salvaguardia delle risorse idriche, la riduzione del consumo di suolo, la rigenerazione urbana, la biodiversità, l’efficienza energetica e il recupero del calore. E introduce una cosa particolarmente importante: la dimensione territoriale. Un data center sopra i 10 MW di potenza richiesta di connessione viene considerato di rilevanza sovracomunale. In quel caso entra in gioco una conferenza consultiva di concertazione per valutare gli impatti territoriali, ambientali, infrastrutturali e sociali. Sopra i 50 MW, oppure quando il progetto coinvolge territori interprovinciali o procedimenti di competenza regionale, la conferenza viene convocata dalla Regione. Questo cambia parecchio il ruolo dei Comuni.
Quanto conta davvero un Comune?
La risposta è: conta, ma non può fare tutto da solo.
Il Comune conserva un ruolo importante nella pianificazione urbanistica.
E la legge lombarda gli assegna anche un compito molto concreto: entro 365 giorni dall’entrata in vigore della legge deve individuare o aggiornare le aree dismesse, contaminate, degradate, inutilizzate e sottoutilizzate del proprio territorio, oltre alle aree interessate da data center esistenti, nuovi o ampliati. È un punto che i cittadini dovrebbero conoscere. Perché significa che il Piano di Governo del Territorio e le scelte urbanistiche comunali non sono un elemento marginale della vicenda. Sono uno dei luoghi nei quali si decide quale territorio viene considerato adatto a ospitare queste infrastrutture. Per i data center oltre 10 MW il Comune può inoltre chiedere l’attivazione della conferenza consultiva sovracomunale; la procedura può portare alla definizione di misure compensative e di accordi territoriali. Il Comune, quindi, non ha necessariamente il potere di dire semplicemente “no”.
Ma ha strumenti per incidere su localizzazione, pianificazione, infrastrutture, compensazioni e compatibilità territoriale.
Ed è una differenza fondamentale.
Una novità importante: i cittadini non devono aspettare il cantiere
C’è una cosa che spesso non viene spiegata quando si parla di grandi opere. Il momento più efficace per intervenire non è quando arrivano le ruspe. È prima. La normativa lombarda prevede espressamente trasparenza, pubblicità degli atti e partecipazione nei procedimenti autorizzativi, nel rispetto della normativa ambientale statale.
La legge prevede inoltre che Regione, Province e Città Metropolitana pubblichino attraverso il geoportale le informazioni raccolte sui territori e che la Regione realizzi un sistema di monitoraggio dei data center.
Questo offre ai cittadini un punto di partenza concreto.
Non serve essere tecnici.
Serve imparare a fare le domande giuste.
Come può un cittadino controllare un progetto di data center?
La prima cosa da fare è andare sul sito del Comune interessato e cercare delibere, albo pretorio, PGT, varianti urbanistiche, procedimenti edilizi e conferenze di servizi.
La seconda è controllare i procedimenti ambientali pubblicati dalla Regione.
La terza è verificare se il progetto rientra nelle procedure di VIA, di verifica di assoggettabilità a VIA, AIA o AUA.
La quarta è chiedere gli atti quando non sono immediatamente disponibili, utilizzando gli strumenti di accesso previsti dalla normativa sulla trasparenza.
Ma soprattutto bisogna smettere di leggere un progetto soltanto attraverso la sua potenza informatica.
Quando compare un numero come “100 MW”, per esempio, la domanda non dovrebbe essere soltanto “quanto è grande?”.
Bisogna chiedere:
100 MW di cosa?
Qual è la potenza richiesta alla rete?
Qual è il consumo annuo previsto?
Qual è il consumo nei momenti di picco?
Quanta acqua verrà utilizzata?
Quale tecnologia di raffreddamento?
Quali generatori di emergenza?
Quale combustibile?
Quanto terreno verrà impermeabilizzato?
Quali nuove infrastrutture elettriche saranno necessarie?
E, soprattutto:
che cosa succede se arrivano altri due o tre data center nella stessa zona?
Quest’ultima domanda è fondamentale.
Perché l’impatto ambientale non è soltanto quello del singolo edificio.
È l’effetto cumulativo.
E proprio l’effetto cumulativo — energia, acqua, consumo di suolo, rumore, isola di calore, infrastrutture — è esplicitamente incluso tra gli aspetti che la cabina di regia lombarda deve monitorare.
La vera partita si gioca sulla trasparenza
La Lombardia ha creato una cabina di regia permanente sui data center composta da Regione, ANCI Lombardia, Province, Città Metropolitana, ARPA, ERSAF, università e altri soggetti istituzionali e tecnici.
Tra i suoi compiti c’è proprio quello di valutare gli impatti cumulativi degli insediamenti, compresi consumi energetici e idrici, consumo di suolo, rumore, effetto isola di calore e adeguatezza delle infrastrutture.
È un passaggio importante.
Ma una cabina di regia funziona davvero soltanto se i dati che raccoglie diventano comprensibili e accessibili.
Perché una delle lezioni che arrivano dagli Stati Uniti è proprio questa:
quando le comunità scoprono gli effetti di un’infrastruttura soltanto dopo che è stata costruita, la fiducia è già compromessa.
In sintesi: le 7 domande da fare quando arriva un data center
Non per fermare l’innovazione, ma per capire se è davvero compatibile con il territorio.
Quanta energia consumerà realmente?
Non soltanto quanta potenza richiederà alla rete.
Da dove arriverà quell’energia?
E quanta sarà realmente prodotta da fonti rinnovabili?
Quanta acqua utilizzerà?
E sarà acqua potabile, industriale, reflua o riciclata?
Quanto territorio verrà consumato?
E perché non è stata scelta un’area industriale dismessa?
Che cosa succederà al calore prodotto?
Verrà disperso oppure recuperato?
Quali saranno le emissioni e il rumore dei sistemi di emergenza?
Qual è l’effetto cumulativo se nella stessa zona arrivano più data center?
Sono queste le domande che trasformano una discussione generica sull’intelligenza artificiale in una vera discussione sulla sua sostenibilità.
Fonti e documenti
- Regione Lombardia – Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati”: è la fonte normativa principale per la parte relativa a localizzazione, acqua, energia, suolo, Comuni, autorizzazioni e monitoraggio. Legge regionale Lombardia n. 11/2026
- Regione Lombardia – Procedimenti autorizzatori per i progetti di Data Center e valutazione ambientale: contiene anche le linee guida regionali del 2024 e le indicazioni rivolte ai Comuni sui procedimenti ambientali. Regione Lombardia – Data Center e valutazione ambientale
- International Energy Agency – Energy and AI: dati internazionali su consumi elettrici, crescita dei data center, AI e infrastrutture energetiche. IEA – Energy and AI
- IEA – Energy demand from AI: dati specifici sull’aumento dei consumi elettrici dei data center e sulla concentrazione geografica della domanda. IEA – Energy demand from AI
- IEA – Energy supply for AI: analisi delle fonti energetiche utilizzate per alimentare la crescita dei data center e del ruolo di rinnovabili, gas, carbone e nucleare. IEA – Energy supply for AI
- CBS Atlanta – Morgan County e Meta: ricostruzione del caso della Georgia e delle contestazioni sull’acqua portate da Ocasio-Cortez davanti all’EPA. CBS News Atlanta – AOC e le contestazioni sull’acqua in Georgia
- Dichiarazione dell’ufficio di Alexandria Ocasio-Cortez: documenta le domande rivolte all’EPA durante l’audizione del maggio 2026 e le accuse riportate dai residenti. Dichiarazione di Alexandria Ocasio-Cortez sull’audizione EPA
- Reuters – Pennsylvania, nuove regole per i data center AI: utile per comprendere come negli Stati Uniti alcuni Stati stiano passando dalla fase dell’espansione a quella della regolamentazione. Reuters – Pennsylvania e nuove regole per i data center AI
(a cura di Viviana Musumeci per Gaiazoe.life)


