Nel fashion system contemporaneo la sostenibilità non è più soltanto una questione etica o reputazionale. È diventata una variabile economica capace di incidere direttamente su margini, costi industriali, accesso al capitale e resilienza delle aziende. Eppure, mentre il suo peso finanziario cresce, l’attenzione dei vertici aziendali sembra diminuire.
A evidenziarlo è il nuovo Fashion CFO Agenda 2026, report realizzato da Boston Consulting Group in collaborazione con Global Fashion Agenda, che fotografa un cambiamento profondo nel modo in cui il settore moda affronta le sfide ESG.
Secondo l’analisi, le menzioni di temi ambientali e sociali nelle earning call dei principali brand fashion globali sono diminuite di circa un terzo rispetto al 2022. Al loro posto dominano oggi altre priorità: instabilità geopolitica, dazi commerciali, inflazione, supply chain e intelligenza artificiale.
Un apparente paradosso, considerando che proprio la sostenibilità sta ridefinendo le regole economiche del comparto.
La sostenibilità entra nei bilanci
Il report, sviluppato attraverso il confronto con oltre 30 CFO e senior executive del fashion internazionale e l’analisi finanziaria di più di 150 aziende, evidenzia come il settore si trovi davanti a un disallineamento strutturale: i rischi legati alla sostenibilità aumentano, ma la governance non li integra ancora pienamente nelle decisioni finanziarie.
Tra gli elementi più critici emergono le future normative sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) per il tessile, che l’Unione Europea introdurrà entro il 2028. Per un grande player del mass market, queste misure potrebbero tradursi in costi annuali fino a 60 milioni di dollari entro il 2030, con impatti concreti sui margini e sul profitto netto.
A questo si aggiunge la crescente volatilità delle materie prime. Gli eventi climatici estremi hanno già contribuito a far impennare i prezzi di cotone e lana, influenzando la pianificazione produttiva e aumentando l’instabilità degli utili.
Anche il carbon pricing rappresenta un nodo cruciale: il sistema che attribuisce un costo economico alle emissioni potrebbe presto estendersi in modo significativo all’intera filiera fashion, includendo le emissioni Scope 3, ovvero quelle generate lungo la catena di fornitura.
“La sostenibilità sta già ridisegnando l’economia del settore in modo concreto”, afferma Filippo Bianchi. “Le commissioni EPR, la volatilità delle materie prime e il carbon pricing sono variabili che entrano direttamente nei conti aziendali. Il CFO diventa quindi una figura centrale per valutare gli investimenti sostenibili con lo stesso rigore di qualsiasi altra decisione finanziaria”.
Da costo a leva strategica
Ma il report non si limita a delineare i rischi. Evidenzia anche come molte opportunità economiche legate alla transizione sostenibile siano ancora largamente sottoutilizzate.
Circa il 20% delle emissioni della filiera potrebbe essere ridotto attraverso interventi che generano già ritorni economici positivi, come efficienza energetica, riduzione degli sprechi e ottimizzazione logistica. Un ulteriore 50% potrebbe essere abbattuto con costi inferiori ai 10 euro per tonnellata di CO₂, soprattutto attraverso il passaggio alle energie rinnovabili nei processi produttivi.
In questo scenario, la sostenibilità non appare più come un semplice obbligo normativo, ma come uno strumento di protezione finanziaria e di creazione di valore.
Anche i modelli circolari stanno mostrando segnali interessanti. Il mercato second hand, ad esempio, continua a crescere nonostante il rallentamento globale del fashion ed è previsto in aumento del 10% annuo fino al 2030. Una dinamica che conferma come i consumatori stiano ridefinendo il concetto stesso di lusso, proprietà e consumo.
Eppure, secondo molti CFO intervistati, la sostenibilità non è ancora pienamente integrata nei KPI aziendali e nei processi di pianificazione finanziaria. Questo porta le aziende a gestire costi e rischi in modo reattivo, perdendo opportunità di innovazione e vantaggio competitivo.
Il nuovo ruolo del CFO nel fashion system
Il report individua tre aree chiave in cui i direttori finanziari dovranno intervenire nei prossimi anni.
La prima riguarda il controllo finanziario: la sostenibilità dovrà entrare nei sistemi di reporting, nei KPI delle business unit e nelle comunicazioni rivolte agli investitori.
La seconda riguarda la pianificazione strategica, integrando criteri ESG nei budget, nelle decisioni di sourcing e nelle strategie di pricing.
La terza è l’allocazione del capitale: investimenti, operazioni di M&A e fondi per l’innovazione dovranno orientarsi verso materiali di nuova generazione, tecnologie circolari e processi di decarbonizzazione.
“In un contesto di crescente volatilità, la resilienza del fashion dipende anche dalla capacità di incorporare la sostenibilità nelle decisioni finanziarie”, osserva Guia Ricci. “I CFO che collaborano con i Chief Sustainability Officer possono trasformare un panorama complesso in una fonte concreta di valore di lungo periodo”.
Collaborazione e responsabilità condivisa
La trasformazione, tuttavia, non può avvenire in isolamento.
Secondo il report, la collaborazione tra brand sarà fondamentale per sostenere investimenti ad alta intensità di capitale, come la decarbonizzazione della supply chain e le infrastrutture circolari condivise.
Tra i casi citati emerge la Future Supplier Initiative, progetto che coinvolge sette brand internazionali e oltre 50 fornitori tra Bangladesh e India per sostenere investimenti comuni nella riduzione delle emissioni. Un modello collaborativo che permette di abbattere significativamente i costi della transizione.
Il messaggio che emerge dal report è chiaro: integrare la sostenibilità nei processi finanziari non significa più soltanto rispondere a obblighi normativi o aspettative reputazionali. Significa ridefinire il concetto stesso di competitività nel fashion contemporaneo.
(a cura di Gaiazoe.life)