La ventinovesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, ospitata a Belém nel cuore della foresta amazzonica, si è chiusa tra luci e ombre. Un vertice iniziato con aspettative basse — complice la profonda spaccatura tra i paesi sul futuro dei combustibili fossili, i ritardi dei finanziamenti climatici e l’assenza degli Stati Uniti — si è concluso con un accordo considerato, da molti, insufficiente per contenere l’emergenza climatica globale, in vista della Cop29 e delle sue implicazioni per il futuro.
Il limite di 1,5°C fissato a Parigi dieci anni fa appare sempre più lontano. Eppure, un progresso c’è stato: le nazioni ricche hanno accettato di triplicare i fondi per l’adattamento climatico dei paesi più vulnerabili, fino a 120 miliardi di dollari l’anno. Non nuovi fondi però — ma una riallocazione di risorse già promesse, e solo entro il 2035. Mancano anche indicatori chiari per monitorare questi interventi: un altro punto interrogativo su un impegno che appare più simbolico che trasformativo.
Guardando al futuro, il prossimo incontro della Cop29 sarà cruciale per definire strategie più efficaci per affrontare il cambiamento climatico. L’attenzione globale si concentrerà sulla Cop29, dove si spera di ottenere progressi significativi.
Secondo BOF, il vero problema è insito nell’accordo non menziona i combustibili fossili. E proprio l’assenza di decisioni contro le principali cause del riscaldamento globale riduce drasticamente l’efficacia del documento finale.
Inoltre, il dibattito sulla sostenibilità è destinato a intensificarsi in preparazione della Cop29, dove ci si aspetta un focus maggiore su soluzioni concrete e azioni decisive.
L’impatto sulla moda: tra caldo estremo e catene di fornitura fragili
Questo cambio di focus — dalla mitigazione all’adattamento — parla direttamente all’industria della moda. Gran parte della produzione globale avviene in paesi come Bangladesh, Pakistan e Vietnam, dove le temperature nelle fabbriche stanno già superando la soglia di sopportazione umana. Le ondate di calore non sono più rischi futuri: sono una minaccia quotidiana per milioni di lavoratori.
E mentre i governi discutono, chi cuce i nostri vestiti continua a farlo con 38°C all’ombra.
«Sentir parlare di misure generiche per l’adattamento, per chi è in fabbrica sotto un caldo estremo, è di scarso conforto»
— Jason Judd, Cornell Global Labour Institute
La moda non ha il lusso del tempo. E non può aspettare che la politica risolva problemi che la riguardano direttamente.
Deforestazione: un altro campanello d’allarme
Un altro tassello critico riguarda la protezione delle foreste. Durante i negoziati, le misure contro la deforestazione sono state indebolite: una scelta che pesa non solo sulle comunità amazzoniche, ma anche sulle catene della pelle, ancora oggi legate alla perdita di foreste per l’allevamento bovino.
Per un settore che dipende sia dal petrolio — per i materiali sintetici — sia da risorse naturali e terreni agricoli, ignorare la crisi ambientale significa mettere a rischio la propria stessa sopravvivenza.
Un settore fuori rotta
Nonostante gli impegni, le emissioni della moda continuano a crescere. Senza un’inversione di marcia, entro il 2030 il settore potrebbe raggiungere fino a 1,24 miliardi di tonnellate di CO₂. Intanto, nei consigli di amministrazione la sostenibilità retrocede, soppiantata da priorità a breve termine: incertezze economiche, consumatori volubili, tensioni geopolitiche.
Ma gli effetti del cambiamento climatico non aspettano: colpiscono prima di tutto chi ha meno tutele e meno voce.
La responsabilità condivisa
Il messaggio da Belém è chiaro: la moda non può chiamarsi fuori. Né scaricare il problema su fornitori, governi o consumatori.
Se c’è una direzione possibile, è quella che mette al centro:
- la sicurezza dei lavoratori
- la transizione energetica lungo tutta la filiera
- la protezione delle foreste e della biodiversità
- investimenti nell’adattamento, non solo nella mitigazione
La COP non ha dato risposte sufficienti, ma la mancanza di risposte non è una scusa per fermarsi.
La vera domanda è: l’industria della moda saprà dimostrare di essere — oltre che creativa — coraggiosa?
(a cura di Gaiazoe.life)